
“Noi siamo piccoli, siamo peccatori, ma vogliamo militare sotto il vessillo della Croce … Noi che siamo egoisti, vogliamo tuttavia vivere una vita agitata da grandi desideri” (Papa Francesco)
Una prospettiva militante
Lo scrittore inglese Clive Staples Lewis paragona questo mondo ad un territorio occupato dal nemico. «Il cristianesimo è la storia di come il re legittimo è sbarcato – sbarcato, potremmo dire in incognito – e ci chiama tutti a partecipare a una grande campagna di sabotaggio. Quando andiamo in Chiesa, andiamo in realtà ad ascoltare la radio clandestina dei nostri amici». Naturalmente si tratta di un “allegro” sabotaggio, animato non da zelo amaro, ma dalla gioia di evangelizzare: “Viviamo la milizia del cristianesimo con l’allegria del guerrigliero, non con l’astio della guarnigione assediata” (Nicolás Gómez Dávila ). La stessa liturgia della messa di Cristo Re, nella forma straordinaria del rito romano, si conclude con questa prospettiva “militante” pregando Dio affinché quanti ci gloriamo di combattere sotto le insegne del Cristo Re, possiamo regnare per sempre nella celeste dimora con Lui: «[…] ut qui sub Christi Regis vexíllis militáre gloriámur, cum ipso, in coelésti sede, iúgiter regnáre possímus».
Essere “contemplativi in azione” significa semplicemente non lasciare che quella di Cristo Re rimanga una bella immagine da contemplare passivamente, ma al contrario tradurre in pratica quanto si è contemplato, perché il Re chiama ciascuno in questo momento, hic et nunc. Per non restare sordi all’appello, la Chiesa ci offre e ci raccomanda un mezzo eccezionale negli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola – di particolare attualità nel momento in cui sul soglio di Pietro siede il primo pontefice gesuita.
La regalità di Cristo e la Sua chiamata
La figura del Re è centrale nella spiritualità di sant’Ignazio, che dalla precedente esperienza di nobile e militare al servizio del regno di Castiglia, assimila la consapevolezza di trovarsi al cospetto – e al servizio – della Divina Maestà, come attestano due momenti “chiave” degli Esercizi Spirituali (ES): dopo la purificazione dal peccato, che caratterizza la prima parte degli ES, sant’Ignazio infatti ci invita a contemplare La Regalità di Cristo e la Sua chiamata (ES 91-98) e i Due Stendardi (ES 136-147).
Nella prima, l’esercitante deve “visualizzare” (il metodo ignaziano fa leva sulla fantasia, che non significa fantasticare bensì pregare anche con l’immaginazione) dapprima «un re umano, scelto da Dio, al quale si inchinano e obbediscono tutti i principi e tutti gli uomini cristiani» (ES 92). Pensiamo ai santi re, da san Luigi IX al beato Carlo d’Austria, o – per chi ha letto Il Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien, o almeno visto il film – ad Aragorn. È un re buono che riunisce in sé giustizia, nobiltà d’animo e valore militare e ci chiama al suo servizio promettendo di rendere ciascuno «partecipe della vittoria e della gioia nella misura in cui mi sarà stato compagno di fatiche e di disagi» (ES 93). Non ci risparmierà fatiche, dunque, ma chi rifiuterebbe di mettersi al servizio di «un re tanto generoso e tanto umano» (ES 94)? Chi rifiuterebbe di arruolarsi nell’esercito di Aragorn per una nobile e decisiva causa quale la restaurazione del legittimo re di Gondor, la distruzione dell’Anello e di Sauron e la salvezza della Terra di Mezzo?
Tanto più se a chiamarci non è un qualunque re terreno, ma il Re eterno, Cristo stesso che ci invita a conquistare il mondo per entrare con lui nella gloria – dopo averlo seguito sulla croce. «Non ci sarà nessun uomo sano di mente che non si dedicherà totalmente e con entusiasmo al suo servizio» (ES 96).
Se vogliamo ulteriormente convincerci e confermare la nostra decisione di servire il «Re supremo e Signore di tutte le cose» (ES 98) basta guardare quali sono i due schieramenti in campo – e siamo alla contemplazione dei Due Stendardi, ovvero i due eserciti contrapposti dietro il cui vessillo (dell’uno o dell’altro) dobbiamo schierarci. Due, e non tre. Volenti o nolenti, siamo in guerra («militia est vita hominis super terram…» Gb 7,1) e dobbiamo scegliere. Non si può barare o tentare il compromesso: c’è un solo Signore dell’Anello e non divide il potere! Chi si illude – come Boromir o, peggio, come Saruman – di scendere a patti col male, di usare l’Anello pensando di poterlo dominare, in realtà sta già passando al servizio di Sauron, anche se crede di stare dalla parte dei “buoni”. Attraverso questa digressione ci siamo fatti un’idea di quali siano i due Stendardi in campo: da una parte Lucifero «che siede su una cattedra di fuoco e fumo, con un aspetto orribile e il volto spaventoso» (ES 140) e «chiama a raccolta innumerevoli demoni» per istigarli a sedurre gli uomini; dall’altra parte lo schieramento di Cristo, il Re eterno (il cui vessillo è la croce: Vexilla regis…) «in un piacevole accampamento presso Gerusalemme, in un luogo umile ma molto bello» (ES 144) da cui invita ciascuno «a diffondere la dottrina santa» (ES 145) e le virtù contrapposte ai vizi seminati dai demoni. Ancora una volta, per “pregare con l’immaginazione” possiamo aiutarci con le immagini tolkieniane dell’esercito buono di Aragorn contrapposto agli orchetti al servizio di Mordor – e se potessimo vedere le cose invisibili, i demoni e le anime in stato di peccato mortale, ci apparirebbero infinitamente più terrificanti, anche quando si presentano sotto le apparenze accattivanti del sesso o del possesso, della seduzione o del potere.
Oppure potremmo vederli come i due eserciti delle Cronache di Narnia del già citato Lewis: l’esercito del leone Aslan che con la sua morte e risurrezione sconfigge quello della strega – e Gesù Cristo è effettivamente paragonato a un leone, in un versetto dell’Apocalisse che è incluso anche nella formula dell’esorcismo, quando la Chiesa combatte proprio contro le potenze nemiche: «ha vinto il leone della tribù di Giuda» (Ap 5,5).
Magis!
Insomma, lo scenario è abbastanza chiaro: da una parte una soldataglia di “brutti sporchi e cattivi”, dall’altra Cristo-Aragorn che ci chiama a combattere sotto il Suo stendardo per poi regnare con Lui. Sant’Ignazio conclude che «se qualcuno non ascoltasse, quanto sarebbe degno di essere disprezzato […] e ritenuto un cavaliere vigliacco» (ES 94). Ora, questo senso dell’onore che a prima vista sembrerebbe solo un retaggio del suo tempo e del suo ambiente, richiama in realtà una dimensione connaturata all’uomo, quello spirito cavalleresco che Ignazio sintetizza nel magis (“di più”) e che consiste nella «dedizione ad azioni insigni, [nel] “segnalarsi di più nel servizio” [97] […]» (Hugo Rahner). Anche l’uomo del XXI secolo ha nel cuore l’aspirazione a fare cose grandi, a segnalarsi in grandi imprese – nel bene e nel male, dalla bravata allo slancio di altruismo. Questo impulso va solo purificato, anzi sublimato, esaltato al massimo come fece Ignazio passando «dalle “grandi cose” per il terreno “onore delle armi” e per le terrene “dame del cuore” alle “più grandi cose” di Dio» (ibidem), poiché la misura dell’amore è darsi senza misura e «il vero nobile non pone limiti alla sua dedizione»(ibidem):magis – cioè, sempre di più!
Questo slancio d’amore deve però incarnarsi concretamente – discreta charitas, amore discreto, incarnato – se non vuole restare sterile: «Non qui dicit Dominus Dominus … » (Mt 7, 21). «Le vere idee e i veri desideri – ed anche le vere parole – si riconoscono dalla loro potenza motrice; tendono naturalmente ad incarnarsi in atti» (Gustave Thibon) e Cristo Re ci chiama a servirlo concretamente. «L’amore si deve porre più nei fatti che nelle parole» (ES 230), afferma sant’Ignazio nella bellissima contemplazione che chiude gli ES (cfr. 230-237). Dunque, concretamente, come si ama e si serve il Signore degli Eserciti? «Non puoi dire di amare Dio che non vedi, se non ami il prossimo che vedi!» (1Gv 4,20). La Chiesa ci offre una sintesi di come si ama il prossimo nelle cosiddette opere di misericordia, spirituali e corporali. Se il mio prossimo, quello che incontro tutti i giorni, è affamato, vuol dire che nei suoi confronti sono chiamato alle opere di misericordia corporali; se è dubbioso, sono chiamato a quelle spirituali. Se è bisognoso nel corpo gli porterò pane, se è bisognoso nello spirito gli porterò Cristo.
Alleanza Cattolica e il ritorno del Re
Nel nostro caso, Alleanza Cattolica e nata e si è specializzata nelle opere di misericordia spirituali in un momento in cui «mentre erano in pieno fulgore gli organi dedicati alle opere di misericordia corporale, risultavano invece rachitici quelli deputati alle opere di misericordia spirituale (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti), soprattutto in relazione all’ambito genericamente politico sociale, ormai occupato dal cattolicesimo democratico, che pure risultava ampiamente minoritario fra i fedeli. In fondo, la nostra mission era solo questa: aiutare la Chiesa ed il mondo a riprendersi il vero Re, a rimetterlo sul trono della società» (Guido Verna). In altri termini, il nostro modo di amare il prossimo, consiste nell’operare per il risanamento della cultura, della società, delle istituzioni.«Si dimentica troppo facilmente […] che i vizi e le virtù della maggior parte degli uomini sono plasmati dall’atmosfera in cui essi vivono» (Gustave Thibon), e l’accesso alla salvezza eterna è maggiormente ostacolato in un mondo che al bene comune ha sostituito il peccato sociale. Il nostro modo di voler bene al prossimo consiste nel ripristinare, i diritti regali di Cristo non solo sui singoli, non solo sulle famiglie, ma anche sull’intera società (et socialem), sulla cultura, sulle istituzioni – e il nostro ruolo nella Terra di Mezzo è operare per il ritorno del Re, anche ora, anche nel XXI secolo: la Sua regalità non è infatti un orpello decorativo, anzi il Suo ritorno un ritorno ancora più urgente nell’«ospedale da campo» in cui ci troviamo a vivere, poiché le mani del Re sono mani di guaritore – e il Santo Padre ce lo conferma: «Pensiamo alle mani di Gesù, quando toccava gli ammalati e li guariva… Sono le mani di Dio: ci guariscono!». Alla luce di queste considerazioni si comprende appieno il senso della giaculatoria che scandisce gli incontri associativi e sintetizza la nostra massima aspirazione, il nostro magis: Cor Jesu, adveniat regnum tuum! Adveniat per Mariam!
Per Mariam: perché Nostro Signore ha conferito a Maria «un potere regale su tutta la creazione» istituendo «nel governo dell’universo, un regime autenticamente mariano» (Plinio Corrêa de Oliveira), così che tutte le grazie, anche sociali, passano obbligatoriamente per le sue mani e il ritorno del Re è impensabile senza la Regina: «Donna, se’ tanto grande e tanto vali /che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disïanza vuol volar sanz’ ali».
Stefano Chiappalone
Bibliografia essenziale:
Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali
Hugo Rahner, Come sono nati gli esercizi, ADP, Roma 2004
Guido Verna, La regalità sociale di Gesù Cristo, pasqua 2009, inedito






