
Il card. Angelo Scola porta alla tradizionale festa del “Natale degli sportivi”, promosso dal CSI, Andrea Lucchetta, medaglia d’oro della pallavolo italiana (Rio de Janeiro 1990). Egli, tra un allenamento della nazionale e l’altro, si è spesso recato nelle scuole e nelle palestre a portare la sua testimonianza ai ragazzi più giovani.
L’arcivescovo di Milano individua nella pre-adolescenza (le classi delle scuole medie) il momento critico nella crescita del giovane contemporaneo.
“Quando ero giovane io erano i 18 anni, nelle generazioni successive furono gli anni delle scuole superiori, oggi è la preadolescenza”,
segno di un disagio crescente nei bambini che li porta a crescere sempre più in fretta, soffocati da una marea di stimoli dannosi che ne mettono in pericolo l’equilibrio psico-fisico. Sintomatico, secondo il card. Scola, il modo in cui i ragazzi vivono la dimensione affettiva, rompendo il pudore (…), indotti (a ciò) dalla cultura dominante”, contraddistinta dal “vietato vietare” e dall’ideologia di genere (ed è la seconda allusione in un mese all’argomento).
Lucchetta non è nel salone Pio XII di via S. Antonio per offrire soluzioni da bacchetta magica del grande campione, ma per suggerire ad allenatori ed educatori cattolici un metodo.
“Con un bimbo di 2 anni gioco a gattoni. Con uno di 3, mi rotolo. Con un piccolo di 6 anni, gioco in ginocchio. Con un ragazzino di 13, cerco di mettermi al suo livello”.
Questo chinarsi, che è accompagnamento nella crescita, vale anche in merito ad una categoria particolare di bisognosi, che il card. Scola va specificamente a trovare il 18 dicembre al Policlinico di Milano nel reparto di psichiatria. Sono i cosiddetti “malati mentali”, un tempo chiusi nei manicomi, a partire dalla legge Basaglia (1968) ritornati a carico delle famiglie, le quali non sempre riescono a convivere con le criticità comportamentali dei congiunti. Un dramma del quale dovrebbe avere coscienza l’intera comunità cristiana proprio come luogo in cui si manifesta l’accompagnamento sacramentale di Cristo.
“L’accoglienza di questa sofferenza nelle nostre comunità è tutt’altro che scontata poiché, quando si entra in contatto con un malato mentale, spesso prevale la tentazione di prenderne le distanze”,
cosicché, anche nelle parrocchie, queste persone rimangono spesso nel loro isolamento sociale ed i loro parenti non trovano un aiuto fecondo. Ecco allora che il card. Scola raccomanda che la comunità diventi “luogo del prendersi cura”, ma anche e soprattutto “spazio relazionale nel quale sviluppare una cultura della solidarietà”.
Un’educazione avente come pilastro una “trasformazione di orizzonte che ci permette di leggere la vita umana in una dimensione più appropriata senza riduzionismi indebiti, consapevoli dell’illusorietà della convinzione che, grazie al potere scientifico e tecnologico, si potrà, in un prossimo futuro, far tacere ed eliminare il dolore e la sofferenza umana”.
E’ il no a quell’ideologia eugenetica ed eutanasica che coinvolge anche il tema della vita nascente. Riferendosi ai tragici fatti di Peshawar, con 135 bambini massacrati dai talebani, ma non solo, il card. Scola commenta amaramente “La crudele e tragica vicenda di Erode si perpetua ancora oggi nella storia”. La cappella dell’istituto Mangiagalli, in cui pronuncia quelle parole, è dedicata proprio ai SS. Innocenti, i neonati di Betlemme fatti uccidere dal re biblico. Un re senza consenso, mantenuto sul trono (31-4 a.C. Gesù è nato nel 6) dall’imperatore Augusto, cioè da una potenza estera pagana, unicamente preoccupato di rimanere in sella e di portare a termine il suo programma politico, ovvero quello di Roma. Di Erode e di Augusto ce ne sono in giro ancora troppi.
Michele Brambilla






