I disordini e i saccheggi a Milano obbligano a ripensare la pastorale in un contesto in cui, come dice l’arcivescovo, persino molti cattolici preferiscono farsi servire anziché diffondere il Vangelo
di Michele Brambilla
Parafrasando una celebre frase del Vangelo, nessuno è così straniero in Milano da non sapere cosa vi sia accaduto nei giorni 17-18 ottobre, paradossalmente proprio nella solennità della Dedicazione del Duomo. 48 ore di saccheggio del centro storico non sono passate indenni neppure sotto il profilo ecclesiale, dato che la cattedrale era letteralmente assediata, i portali sono stati chiusi per ben due volte per motivi di sicurezza e i fedeli sono stati messi in salvo utilizzando il passaggio “segreto” (l’ingresso è in realtà ben visibile nel transetto) che, da secoli, protegge la sicurezza dell’arcivescovo conducendolo direttamente dentro il cortile della Curia. Per non parlare dei giovani che hanno pesantemente insultato un sacerdote (padre Giannicola Maria Simone, da sempre impegnato nella pastorale giovanile) che, ritto sul portale con la talare indosso, ha di fatto difeso la chiesa di S. Alessandro in Zebedia e i fedeli al suo interno. Intervistato, si è chiesto «come è potuta scoppiare una violenza così inusitata, così impressionante» e, continuando ad interrogarsi, «che tipo di testimonianza o formazione abbiamo dato a questi giovani», a prescindere dal loro eventuale “background migratorio”.
Sono domande poste anche da mons. Giuseppe Vegezzi, che risiede, assieme ad altri monsignori curiali, presso la chiesa di S. Giorgio a Palazzo in via Torino, altro luogo divenuto tristemente noto in quelle ore. «Questi ragazzi che scaricano la loro rabbia contro lo Stato – anche se non si capisce bene cosa vogliano, perché mi pare che la protesta contro il carovita sia, in questo caso, solo un alibi – sono il segno che abbiamo di fronte una generazione che ha un profondo vuoto dentro. Mi domando chi abbia creato questo vuoto interiore in coloro che hanno soltanto il desiderio di odiare, di spaccare tutto, oltretutto per essere visti»: si può accusare l’assenza di educazione familiare, «però penso che anche noi come Chiesa dobbiamo domandarci perché non riusciamo a colmare questo vuoto», che la pastorale giovanile ordinaria, ammette sinceramente il vicario episcopale della Zona I, non riesce più ad intercettare.
Parte della risposta ai quesiti di questi sacerdoti si può trovare nella denuncia che lo stesso arcivescovo ha formulato all’inizio dell’omelia pronunciata il 17 ottobre nel Duomo assediato, mentre abilitava alcuni laici ai ministeri del lettorato, dell’accolitato e del catechista istituito. «Una Chiesa chiusa in sé stessa, preoccupata dell’organico da completare, rischia di non vedere quanti ambiti di missione sono disertati da cristiani abituati a farsi servire, piuttosto che a servire. Ma una rinnovata, lieta, coraggiosa disponibilità allo Spirito incoraggia piccoli esercizi d’immaginazione e l’avviarsi di percorsi inediti per rinnovare l’annuncio del Vangelo e la convocazione dei fratelli», ha scandito infatti mons. Mario Delpini, evidenziando così che nelle nostre comunità la gran parte di coloro che si dichiarano cattolici non fanno nulla per contribuire alle esigenze della nuova evangelizzazione. Invece «è necessario osare, uscire di chiesa e abitare il mondo, secondo il comando di Gesù», come scrive l’arcivescovo nella premessa della nota pastorale per le assemblee decanali pubblicata nella festa della Dedicazione.
San Giovanni Paolo II, di cui il 22 ottobre ricorre la memoria liturgica, non aveva certo paura di sfidare il mondo contemporaneo. A lui, in S. Ambrogio, l’associazione “Milano per S. Giovanni Paolo II” dedica come ogni anno un’adorazione eucaristica, seguita dalla Messa, presieduta da mons. Delpini, la sera del 21 ottobre. Anche lì «s’è continuato a pregare, a cantare» con gioia (omelia del 18 ottobre), perché il Signore non dimentica il suo popolo e continua ad inviarlo nel mondo come seme di una nuova civiltà.
Lunedì, 26 ottobre 2026






