La commemorazione cattolica del disastro del 1976 condanna chiaramente i risvolti abortisti e sottolinea la capacità della popolazione di fare fronte comune anche contro le ideologie che ancora oggi condizionano la cultura e la politica
di Michele Brambilla
Il 15 settembre mons. Mario Delpini guida una processione al Bosco delle Querce di Seveso, che sorge dove esisteva la fabbrica dell’ICMESA protagonista dei fatti del 1976. La processione, a cui partecipano anche il sindaco e i rappresentanti delle altre Chiese cristiane presenti sul territorio sevesino, è preceduta da un convegno, nell’aula magna del Centro Ambrosiano (ex-Seminario), nel quale finalmente i cattolici possono raccontare per filo e per segno la loro versione dei fatti, differente dalle reticenti commemorazioni ufficiali, che hanno sottaciuto il legame strettissimo tra il disastro ambientale e le pressioni per varare la legge 194.
Il medico Ambrogio Bertoglio, che fu testimone oculare dei quei giorni e prestò i primi soccorsi, ricorda, infatti, gli allarmismi isterici e politicamente orientati. Subito dopo parla Elisa Fumagalli, una delle madri che furono tallonate dai Radicali perché abortisse: l’unitarietà dimostrata dai cattolici, sia quelli di parrocchia che la folta comunità di Comunione e Liberazione, fu per lei un rifugio di fronte all’incalzare della menzogna e decise di dare ugualmente alla luce il figlio che attendeva.
Al posto delle false ideologie, «abbiamo bisogno della sapienza di Dio, Colui che ama la terra e l’ha creata» perché fosse abitata dai figli degli uomini, tuona mons. Delpini nella sua omelia. L’arcivescovo riporta ancora una volta i suoi ricordi personali di professore del Seminario Minore di Seveso: inviato per qualche giorno ad Innsbruck, insieme ad altri sacerdoti, per un corso di formazione, al ritorno in Brianza comprese immediatamente che «c’era un clima di paura, di allarme, ma le condizioni di vita erano abbastanza normali. E lì ho capito l’importanza della comunicazione onesta e la differenza tra l’allarmismo e il pericolo». Il pericolo ha una definizione scientifica, confini ben precisi, mentre quell’estate «una certa informazione è stata organizzata» appositamente «per spaventare le donne incinte». L’obbiettivo degli abortisti era quello di fare leva sulle emozioni a prescindere dai reali dati scientifici: infatti «da lì è cominciata la tragedia dell’aborto in Italia», denuncia mons. Delpini, che sul luogo della tragedia benedice una stele con le parole del Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi (1182-1226), icona inequivocabile di una cultura della vita che ha rispetto di ogni essere vivente creato con amore dal Signore.
Il 16 settembre l’arcivescovo è chiamato a visitare il depuratore d’acqua di Nosedo. Il collegamento con la tematica ambientale è evidente, ma ancora una volta, nel suo discorso, mons. Delpini si sofferma anzitutto sulla cosiddetta “ecologia umana”. «Sono qui, in un luogo che esprime un’idea geniale – ossia che lo scarto possa diventare una risorsa -, per ringraziare tutti voi e riconoscere che ciò che fate è un messaggio per tutta la città», dice infatti, e le sue parole vanno chiaramente molto al di là delle acque reflue della falda di Nosedo, perché «una città che è un luogo dove la gente deve sentirsi accolta, una città dalle porte aperte dove la vita deve essere facilitata e sicura perché la convivenza non è l’accozzaglia di gente che si ignora o che si fa del male, ma una vocazione a quel buon vicinato che diviene fraternità». Sono rimproveri che criticano sotto vari profili una weltanschauung che domina da diverso tempo la politica locale milanese. Nei prossimi anni si tratta «di intendere la città come un destino o come una responsabilità, dove ciascuno sente che deve dare il suo contributo perché si possa vivere insieme. Una città che è una vocazione ad abitare il buon vicinato, cioè quell’abitare vicino che diventa rassicurante invece che inquietante», come accade troppo spesso a Milano.
Lunedì, 21 settembre 2026






