La cifra dell’insegnamento francescano è la destinazione universale dei beni, che vuol dire anche destinazione universale dei beni spirituali
di Michele Brambilla
Il 4 ottobre si ricordano gli 800 anni dalla morte di san Francesco d’Assisi (1182-1226). Per la prima volta la solennità del patrono d’Italia è anche ricorrenza civile, ma essendo quest’anno una domenica, come per altri casi nello “sfortunato” calendario scolastico 2026-27, è già di per sé un giorno festivo. Per il rito ambrosiano questo implica anche l’obbligo di attenersi rigidamente all’ufficiatura domenicale, spostando la commemorazione vera e propria di san Francesco al lunedì, ma l’Ufficio liturgico fa comunque recitare alla fine di tutte le Messe domenicali Alto e glorioso Dio, il 1° ottobre tiene un convegno, assieme alla Coldiretti, nella sede della Curia di Milano e lo stesso arcivescovo prende più volte la parola sull’argomento.
La Coldiretti Lombardia, il 1° ottobre, guarda al convegno come ad «un’occasione di confronto che parte da una figura vissuta otto secoli fa, ma che tocca questioni profondamente attuali: il rapporto dell’uomo con la natura e con le risorse, il valore del cibo e il suo legame con la pace, la responsabilità nei confronti della collettività e di chi verrà dopo di noi, il significato della fraternità in una società attraversata da conflitti e divisioni». Nel suo discorso, mons. Mario Delpini cita la dottrina sociale della Chiesa, evidenziando che il maggior portato dottrinale di san Francesco fu la sottolineatura della destinazione universale dei beni. Il cattolico è chiamato a coltivare qualcosa che oggi è spesso concepito come un’utopia, ovvero «che la proprietà non sia un motivo di conflitto, ma sia una vocazione alla solidarietà che diventi aiuto vicendevole, forza contrattuale e visione planetaria» nei conflitti, in un mondo in cui il peccato ha trasformato il legittimo avere in una «idolatria del possedere che motiva in gran parte le guerre, che spreca senza criterio e che non si cura del futuro. L’idolatria è principio di tutti i mali. L’avidità induce ad adorare il profitto in spregio ai diritti delle persone e alla custodia dell’ambiente. L’avidità induce a ritenere assoluto il proprio punto di vista: forse già Caino» si mosse in questo modo nei confronti di suo fratello Abele. Il risultato è «una politica dei prezzi che rende quasi insostenibile la produzione ordinaria e l’accessibilità dei prodotti, un forma di sospetto verso i cittadini che esaspera le persone oneste, e che è la malattia della burocrazia italiana, e poi la scarsa lungimiranza nella gestione delle risorse», come spesso denunciato dallo stesso arcivescovo.
Il 3 ottobre, alla vigilia del giorno festivo, mons. Delpini ordina in Duomo 11 diaconi transeunti diocesani (i prossimi preti novelli) e sei seminaristi del PIME. Si respira un’atmosfera francescana fin dalle prove di canto prima della celebrazione, anche perché si utilizza proprio il formulario della festa del santo, “anticipandola”. Nell’omelia l’arcivescovo rimarca che, «per quanto possa sembrare improbabile, noi abbiamo una parola da dire per gli uomini e le donne del nostro tempo», cioè: «“Venite a me, voi che siete stanchi”».
Sono parole di Gesù, non degli uomini, osserva mons. Delpini. Per noi spesso «la vita è pesante» perché ci affanniamo senza pensare al significato di quello che facciamo. «Perché questa parola giunga a destinazione abbiamo bisogno che discepoli si facciano avanti» per annunciare il Vangelo. «Siete tanti, siete pochi: nel Vangelo non c’è scritto quanti dovreste essere. Nella vita di san Francesco non c’è scritto quanti dovrebbero essere i suoi frati. Quello che è meraviglioso, quello di cui dobbiamo essere grati, è che dite “Eccomi” e che incoraggiate altri a dire “Eccomi”» con il vostro esempio. Quel che serve non è solo la destinazione universale dei beni, ma soprattutto quella dei carismi. In poche parole, la destinazione universale dei missionari del terzo millennio.
Lunedì, 5 ottobre 2026






