Il tempo divora anche i lutti e gli anniversari, ma il Signore rimane in eterno. Ancorati a Lui, missionari di Lui, neanche noi passeremo
di Michele Brambilla
L’8 ottobre 2001 un grave incidente aereo interruppe la tranquilla routine di Linate. Un piccolo aereo privato, un Cessna, entrò in rotta di collisione con un volo della Scandinavian Airlines sulle piste di decollo. L’aereo di linea, in fiamme, piombò su uno dei magazzini: si contarono 118 morti e l’unico sopravvissuto della tragedia, il magazziniere Pasquale Padovano, rimase gravemente ustionato. Siccome era appena accaduto l’11 settembre di New York, chi assistette al passaggio a tutta velocità delle ambulanze temette un altro attentato. Il fatto che non si sia trattato di un atto intenzionale non rende meno crudo il dolore dei parenti delle moltissime vittime anche a 25 anni di distanza.
All’epoca era ancora arcivescovo, per pochi mesi (settembre 2002), il card. Carlo Maria Martini, che si precipitò in aeroporto per essere di conforto. 25 anni dopo mons. Mario Delpini, anche lui entrato nel suo ultimo anno di episcopato, colloca nella basilica di S. Ambrogio la Messa di suffragio nell’anniversario del disastro aereo.
«Il tempo passa: come il fiume scorre, così il tempo trascina la vita e passa, passa. Il tempo passa e porta via la memoria: quello che è successo, quello che è lontano è trascinato via verso un immenso misterioso»: anche l’incidente di Linate, dice mons. Delpini nell’omelia, sembra rimosso dalla memoria dei più, quasi schiacciato tra gli eventi che lo hanno preceduto e quelli che lo hanno immediatamente seguito (ricordiamo che giusto il giorno prima, il 7 ottobre 2001, era iniziata la guerra in Afghanistan, come reazione all’11 settembre). «Il tempo passa e porta via le emozioni» del momento, ma la triste contabilità dei morti ci riconduce ad una conseguenza che per le loro famiglie è incancellabile.
In mezzo allo scorrere logorante del tempo cronologico «Gesù dichiara che le sue parole non passeranno. Dunque, non passa la parola che invita ad abitare i tempi dell’angoscia con la forza d’animo di chi alza la testa e professa la speranza e vive l’audacia», evidenza l’arcivescovo, che lancia, poi, un appello agli uomini del nostro tempo: «Alzate il capo, svegliatevi, fate fronte! Ieri il disastro di Linate: e uomini e donne feriti dalla tragedia dei loro cari hanno accolto la parola. Alzate il capo, fate fronte! Non lasciatevi indurre nella disperazione, guardate avanti con fiducia, affidate i vostri morti alla misericordia di Dio e non lasciatevi abbattere come coloro che non hanno speranza. Contrastate la rassegnazione» che, oggi come allora, ci induce a subire passivamente il male che si può evitare, cioè quello prodotto dai malvagi, e a sentirci abbandonati quando accade l’imponderabile. Si, è difficile crederlo nell’ora del dolore, ma il Signore non ci abbandona mai.
«È diffusa anche oggi quello che Paolo temeva: verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci. La sana dottrina che annuncia la risurrezione è circondata», infatti, «dallo scetticismo e dal cinismo», ma la resurrezione di Cristo non è un’ipotesi, è un fatto acclarato e testimoniato. Da quel mattino di 2000 anni fa la morte non ha più l’ultima parola sull’uomo, quindi «voi alzate il capo e fidatevi e conservate la fede. Alzate il capo, svegliatevi e svegliate il mondo, cambiate il mondo».
Cristo è risorto e chi si fonda su di Lui avrà il suo stesso destino di gloria. «Passano il cielo e la terra, ma questa è la parola che non passa: risollevatevi, alzate il capo, non lasciatevi imprigionare nel presente, negli spaventi, nelle previsioni catastrofiche. Riconoscete che il regno di Dio è vicino: non vi è promessa una utopia irraggiungibile, ma il passo possibile per entrare nella consolazione di Dio e nella missione che Dio vi affida di aggiustare il mondo» perché sia più lieto soggiornarvi e più facile salvarsi eternamente.
Lunedì, 12 ottobre 2026






