Il 12 ottobre, vent’anni esatti dalla morte di san Carlo Acutis, mons. Delpini celebra la Messa nella sua parrocchia, S. Maria Segreta, rilanciando il messaggio centrale del giovane milanese, ovvero la riaffermazione coraggiosa della nostra identità cattolica
di Michele Brambilla
San Carlo Acutis morì il 12 ottobre 2006. Dal 2025 il 12 ottobre è la sua memoria liturgica. Venti anni esatti dalla morte del santo, mons. Mario Delpini celebra la Messa nella sua parrocchia, S. Maria Segreta a Milano. La chiesa è stracolma di gente: molti coloro che hanno conosciuto Carlo in vita.
Nell’omelia l’arcivescovo dice che san Carlo Acutis ci pone davanti «due logiche, due modi di vivere, quello del tutto e quello del niente». San Carlo, affascinato da Cristo, lo ha reso il tutto della sua vita in un mondo che si stava già incamminando verso l’attuale, apparente trionfo del nichilismo. Purtroppo «molti giustificano la mediocrità, come la forma di vita adatta a questo tempo e a questa umanità. Cioè sostengono che si deve essere buoni, ma non troppo; si deve essere onesti, ma non troppo; si deve credere in Dio, ma non troppo. Io però non dico del troppo e del troppo poco, ma», con Acutis, «del tutto e del niente». La storia ha ampiamente dimostrato a cosa si riduca la civiltà senza Cristo e lo stesso Gesù, nel Vangelo, ci ricorda che «“senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5)». La tragedia del nostro mondo è che «si può vivere nel nulla; essere vivi e non vivere; camminare e non andare da nessuna parte; parlare e non dire niente; cercare e non trovare niente» perché si ha paura della Verità.
E’ anche vero, però, che san Paolo «scrive: “del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Rm 8,28): è la via del tutto, vivere di una vita piena, eterna; essere lieti di una gioia che abita tutti i giorni della vita, quelli facili e quelli difficili; dire una parola che riveli la verità del tutto, buona come la verità, semplice come l’umiltà, affettuosa come la tenerezza», una luce che si propaga inevitabilmente in mezzo alle tenebre del nulla abbondantemente propagandato e vissuto dai nostri contemporanei. Non è un caso che i catecumeni siano in crescita proprio ora. Infatti «“La verità non ha bisogno di vocaboli, si esprime da sé. Da sé rivela ogni verità. La voce dell’uomo è aspra, è prepotente, è arrogante, è superba, è impaziente, è intrattabile, è violenta. Avvezzarsi alla voce di Dio è una grande grazia. Significa dare retta alla Verità” (san Carlo Acutis)». Il che significa «non pensare di essere al centro del mondo, è Dio che dà vita, è Dio che sta al centro, in quel medio in cui abita la virtù. Non guardarti addosso: la tua verità è nello sguardo di Dio, non io, ma Dio. Non pensare di conquistare la felicità, c’è solo Dio che può renderti felice, non io, ma Dio».
«Tutto concorre al bene. Tutto significa la giovinezza e la vecchiaia, tutto concorre al bene perché lo Spirito rende possibile in ogni situazione vivere la vita di Gesù, cioè amare come lui ha amato e comandato», sottolinea l’arcivescovo. Certamente «la morte di Carlo nello sbocciare della sua adolescenza è stato un momento drammatico per la sua famiglia e però proprio in questa morte prematura lo Spirito Santo ha reso possibile attirare l’attenzione di molti su Carlo, ricordare i suoi tratti caratteristici, farne una figura che può incoraggiare gli adolescenti e riconoscere la loro età come età chiamata alla santità, chiamata a percorrere la via del tutto, a percorrere “l’autostrada verso il cielo”».
Lunedì, 19 ottobre 2026






