Credere nel Dio cristiano non è indifferente al modo in cui veniamo al mondo, cresciamo, accogliamo gli altri e passiamo al Padre
di Michele Brambilla
L’incontro che si tiene, il 28 ottobre, a Bruzzano, ad un anno di distanza dalla pubblicazione del protocollo sull’accoglienza dei ragazzi a-cattolici negli oratori parrocchiali, permette a mons. Mario Delpini di ricordare che è solo la professione sincera della propria fede che permette un dialogo vero, ma purtroppo «la storia ha dimostrato che talvolta siamo vigliacchi e tocca a noi avere oggi coraggio e parlare». Per l’arcivescovo lo scopo dell’oratorio rimane costruire «una vita in cui Dio c’è. È il motivo per cui siamo qui: non per cercare un aggiustamento che consenta una convivenza meno problematica, ma perché crediamo che Dio vi sia, in una società individualista che vuole convincerci del contrario».
La fede cattolica, quando annunciata con tutto il nostro essere, è ancora in grado di produrre frutti insperati, come la conversione degli assassini del beato Rosario Livatino. Il 29 ottobre, al tribunale di Busto Arsizio, nella festa liturgica del “giudice ragazzino” si confrontano, presente sempre mons. Delpini, Salvatore Insegna, cugino del beato martire, e due dei killer, Salvatore Calafato e Paolo Amico. Calafato dichiara che «neppure conoscevo Livatino, ma da quel giorno per me non c’è più stata pace. Oggi posso dire che da quella morte sta nascendo qualcosa di buono, una conversione, il desiderio di poter essere perdonato per quello che ho commesso, per il dolore che ho arrecato alla sua famiglia, per il danno allo Stato e alle istituzioni». In giorni di nuovi disordini studenteschi, con le immagini del 17-18 ottobre ancora “fresche”, «ai ragazzi dico di non fidarsi degli insegnamenti della strada, di ascoltare i loro insegnanti, i loro genitori, di rispettare le istituzioni, perché una strada come la mia, con le cattive compagnie, con la ricerca facile del denaro e del potere non porta da nessuna parte, solo a farsi del male».
Nelle vicinanze della solennità di Tutti i Santi e della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, l’arcivescovo pubblica una Lettera alle comunità cristiane sulla celebrazione delle esequie e la professione di fede nella risurrezione, apponendovi la data del 2 novembre. Lo scopo dichiarato è rispiegare il significato delle esequie ecclesiastiche, dato che vengono vissute anch’esse senza credere fino in fondo alla risurrezione di Cristo. Invece «Gesù risorto è l’unica parola di speranza: chi muore con Gesù, con Gesù risorge», e i funerali celebrati in chiesa sono anche un’attestazione della propria appartenenza alla comunità cattolica.
«La dimensione comunitaria del dolore e della speranza deve essere custodita e promossa da tutta la comunità», evitando l’invadenza delle para-liturgie sempre più in voga e curando maggiormente i gesti liturgici che più esplicitano la dottrina cattolica sul nostro destino ultraterreno. Si sottolinea che anche la riposizione e la benedizione delle ceneri deve avvenire al cimitero e con modalità che rimarchino la partecipazione della comunità al lutto della famiglia coinvolta. Il lutto, per i cattolici, non può mai essere una questione completamente privata, perché a ritornare al Padre è un battezzato, redento da Cristo nella maniera più pubblica possibile (sul Calvario, davanti a migliaia di persone), e il Sacrificio eucaristico, offerto in suffragio del defunto, è sempre la più alta espressione della comunione ecclesiale.
Applicando queste indicazioni, «si introduce nella storia dell’umanità e nella società del nostro tempo un modo originale, cristiano, di vivere e di morire, di pensare alla propria morte e di piangere la morte dei propri cari».
Lunedì, 2 novembre 2026






