Questo lo slogan deducibile dalla visita di mons. Delpini all’INAIL, che ancora una volta riporta al centro l’uomo nella sua concretezza, come insegnato dalla dottrina sociale della Chiesa
di Michele Brambilla
L’attenzione di mons. Mario Delpini per la concretezza della vita del suo popolo è dimostrata, nuovamente, dalla visita che l’arcivescovo di Milano compie il 24 settembre presso la sede lombarda dell’INAIL (Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), in un momento in cui la caduta di giovane elettricista dal Colosseo a Roma riporta l’argomento all’ordine del giorno.
L’arcivescovo, accolto dal direttore regionale Giuseppe Costante e accompagnato dal responsabile diocesano per la pastorale sociale e del lavoro, si siede al tavolo della dirigenza, ascoltando con sincero interesse i relatori, in primis lo stesso Costante, che ci tiene a rimarcare che «incontrare il personale Inail significa incontrare chi conosce la persona nei suoi momenti peggiori e garantisce tutela e supporto, senza distinzione di genere, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Lo fa perché il metodo dell’Inail è quello di mettere la persona al centro, facendo dell’attenzione e della prossimità all’utente una regola».
Il direttore sottolinea che «la nostra è una comunità umana e professionale che valorizza la complessità delle storie umane dei nostri assistiti e, al tempo stesso, delle nostre professionalità, in una logica di rete con forte senso di appartenenza». Mons. Delpini ci vede molte consonanze con il suo magistero e, nel suo discorso, ripete che «sono qui per dirvi grazie e so quanta importanza abbia questo Istituto che si rende provvidenziale in tante situazioni dolorose».
Certamente «la mia impressione è che non si può prevenire tutto»: è umanamente impossibile. Questo non vuol dire abbandonarsi al fatalismo: le tragedie sui luoghi di lavoro vanno il più possibile evitate attraverso quello che l’arcivescovo chiama «un percorso di essenzializzazione». Non vuol dire solo andare al sodo delle cose, senza perderne la concretezza, ma soprattutto ritrovarne l’essenza, in particolare per quanto concerne la dignità umana. Spesso, nel mondo a noi contemporaneo, si è smarrito cosa sia l’uomo, mentre diventa dirimente ridare centralità alla persona umana. «Il tema della relazione personale e con le famiglie nei contesti in cui si realizza un infortunio è davvero un tesoro che dovete custodire, ma che chiede sapienza. La competenza tecnica è essenziale, ma la sapienza è qualcosa in più»: ci ricorda continuamente il perché del nostro agire.
Mons. Delpini precisa la sua opinione sulla burocrazia, che gli appare «uno strumento necessario nel funzionamento di una società complessa». Essa è però snaturata da un pregiudizio negativo nei confronti del cittadino, guardato sempre con sospetto perché, in fin dei conti, si punta ad ingabbiare in tutti i modi la libertà naturale della persona in nome di progettazioni astratte, spesso, sappiamo, di natura ideologica. Occorre quindi vigilare, in modo che la burocrazia «non diventi un ostacolo, perché si rischia di diventare esecutori di un algoritmo, di un calcolo impersonale» che travolge le persone anziché servirle, facendo un pessimo servizio anche allo stato.
Ascoltare anzitutto le persone porta ad individuare che oggi «esistono malattie professionali inedite, come fragilità psicologiche, demotivazioni, che chiedono una riflessione profonda. Tutto ciò merita di essere considerato» anche da chi ha come ruolo quello di applicare le normative statali. Consegnando agli uffici dell’INAIL una piccola riproduzione in cristallo della Madunina, l’arcivescovo ribadisce che «Dio è alleato del bene e voi siete benedetti da Dio. Con il vostro lavoro e competenza abbiate la fierezza di essere benedizione per quelli che incontrate».
Lunedì, 28 settembre 2026






