Nelle celebrazioni che segnano l’inizio dell’anno pastorale mons. Delpini parla a Milano con il tono di un discorso anticipato di S. Ambrogio, dicendo quelle che sarebbero le priorità per la città. La prima è che i cattolici comincino davvero, con audacia, la nuova evangelizzazione
di Michele Brambilla
Nell’omelia pronunciata il 5 settembre, nella basilica di S. Simpliciano a Milano, per l’ingresso di quattro donne nell’Ordo virginum diocesano, mons. Mario Delpini le ha definite «sentinelle del quotidiano», che «raccolgono scintille di luce, anche là dove sembrano prevalere le tenebre; riconoscono segni d’amore anche là dove sembra prevalere l’indifferenza, e proprio dove sembra vincere il deserto riconoscono il germoglio della speranza», ma riconoscono anche l’opera dell’avversario e la contrastano.
Si parla, quindi, di un discernimento che prende le forme del combattimento spirituale, perché oggi la Chiesa è molto contrastata e quei pochi che prendono le vie della vita religiosa o del ministero ordinato devono avere chiaro fin da subito che si tratta di lanciare un guanto di sfida. E’ il contenuto dell’omelia che mons. Delpini legge dal pulpito del Duomo l’8 settembre, solennità della Natività di Maria, quando ammette cinque chierici al terzo anno di teologia e un uomo coniugato agli studi per il diaconato permanente. Dando la parola, come suo solito, ad alcuni personaggi paradigmatici, mette loro in bocca parole che scuotono il torpore spirituale dell’arcidiocesi, chiedendo a tutti i fedeli «l’audacia di annunciare il Vangelo fuori dal tempio, nell’occasione quotidiana, perché il mondo non muoia di tristezza e di noia», frutto di una mentalità che ha come perno la “cultura dello scarto”.
Inizia un nuovo anno pastorale e «l’inizio è dire alle comunità ed ai preti stanchi per i troppi funerali: ricordate a tutti le ragioni della vostra speranza, con dolcezza e rispetto (cf 1Pt 3,15)». L’accenno alla questione demografica non è casuale: subito dopo la celebrazione, nel dialogo con la giornalista Annamaria Braccini, l’arcivescovo ricorda che anche per Milano «sarà un anno un po’ speciale perché si saranno le elezioni» comunali. «Ci saranno dei candidati che proporranno delle parole guida, dei programmi» sulla base dei quali chiedere i voti dei cittadini. Milano dovrà fare «discernimento sulla sua situazione, sulle emergenze più evidenti, sulle difficoltà più complicate e anche sulle risorse straordinarie, sull’attrattiva che la città esercita», il che impone la domanda su quali idee di società si nutrano. «La Chiesa ambrosiana è una realtà molto ricca» di pensiero, progetti e di volontari, compresi possibili candidati alla consigliatura. «C’è tanta gente che si aspetta un aiuto, che si aspetta un’organizzazione più equa della società», afferma mons. Delpini con toni che sembrano anticipare il discorso alla città del 7 dicembre.
«Per quanto mi riguarda, penso che quello che la Chiesa deve dire è, da un lato, la fiducia che il bene si può fare e la giustizia si può realizzare, dall’altro lato la protesta per una diseguaglianza scandalosa tra i cittadini», insiste mons. Delpini. Non bisogna solo «immaginare quello che si potrebbe fare per l’oggi e per il domani, ma come sarà la città negli anni che vengono»: è quindi una questione ontologica, di identità. Manca, infatti, la profondità di pensiero, un filo conduttore che possa rispondere in maniera strutturale a «temi gravi come l’invecchiamento e la solitudine», fenomeni che riconducono alla questione demografica e ne rivelano le radici anzitutto culturali.
Interpellato direttamente sulle politiche eutanasiche prospettate anche in Lombardia, l’arcivescovo rammenta che non sarebbero di competenza delle singole regioni. Per di più, è un pessimo «segnale che viene lanciato alla società» intera. «C’è un grande investimento» di energie a procurare la morte, speculare alla «scarsa attenzione a favorire la vita», denuncia mons. Delpini con molta franchezza.
Lunedì, 14 settembre 2026






