Come tutti quelli che decidono, i vescovi hanno estimatori e detrattori, ma l’importante è che conservino i criteri indicati da san Paolo per riconoscere l’apostolato autentico
di Michele Brambilla
Il 31 agosto mons. Mario Delpini presiede in Duomo, nella memoria liturgica del beato Alfredo Ildefonso Schuster (sarebbe il 30 agosto, ma quest’anno era domenica), la Messa di suffragio per gli arcivescovi defunti.
L’omelia si sofferma soprattutto sull’epistola, 1Ts 2,1-13, in cui san Paolo risponde alle critiche astiose, dettate dalla superbia, ricevute durante l’evangelizzazione della Grecia. Nella comunità di Tessalonica, infatti, «Paolo è accusato di avere intenzioni disoneste, di voler ingannare i destinatari, di non dire la verità. Paolo è accusato di predicare in modo da cercare la gloria umana, usando parole di adulazione. Paolo è accusato di cercare vantaggi materiali, di predicare il Vangelo per cupidigia. Paolo è accusato di proclamare una parola di uomini, invece che una parola che viene da Dio», elenca l’arcivescovo reiterando retoricamente il nome dell’apostolo.
«Sembra però che sia costante e forse inevitabile che chi occupa un posto di responsabilità sia destinatario di critiche e insinuazioni, di sospetti, di accuse di favoritismi e di preferenze discriminatorie. Nelle vicende del card Schuster e degli Arcivescovi per cui preghiamo in questa eucaristia – Montini, Colombo, Martini, Tettamanzi – non è difficile riconoscere episodi di contestazione, atteggiamenti critici, mormorazioni sprezzanti», afferma mons. Delpini portando il discorso sui suoi predecessori defunti. «Chi assume responsabilità» di qualunque tipo, infatti, «è circondato di onori, attenzioni, apprezzamenti, ma sempre, in modo più o meno evidente e aggressivo, diventa anche un bersaglio», perché è impossibile piacere a tutti.
«Talora si deve riconoscere che le critiche non sono infondate e che nessuno è perfetto e ineccepibile» in questo mondo, ammette mons. Delpini. «Le critiche esplicite, formulate per amore della Chiesa e della sua missione, possono essere costruttive, un aiuto a correggere il proprio comportamento personale e le scelte pastorali»: valutando l’intero arco temporale della successione apostolica ambrosiana, si può dire che «in molte situazioni i nostri vescovi sono stati esemplari nell’ascoltare e accogliere critiche costruttive e nel subire senza risentimento critiche infondate ed espressioni di pregiudizi e cattiverie».
San Paolo rispose a queste ultime additando il suo stesso comportamento non per vantarsene, ma per difendere la verità. «L’Apostolo e tutti i santi pastori hanno come criterio il riferimento alla propria coscienza», che non si deve intendere in senso soggettivistico, dato che «ciò che decide il suo comportamento, la motivazione che ispira il suo comportamento è il giudizio di Dio, non il consenso o il favore della gente», precisa infatti l’arcivescovo. Di san Paolo colpiva il totale disinteresse personale, dato che le anime sono del Signore.
Un padre e una madre hanno cura dei propri figli perché li amano, si ricorda puntualmente in 1Ts 2,1-13. La paternità spirituale è una «dedizione per il bene dei destinatari del suo apostolato: non cerca di legare a sé coloro che lo ascoltano, non stabilisce delle relazioni possessive. Cerca solo il loro bene. Questi tratti di Paolo sono riconoscibili anche nei nostri santi vescovi e sono un invito all’imitazione: la libertà interiore da ogni ricerca di popolarità; il disinteresse economico; l’intensità dell’affetto che motiva la dedizione senza calcolo».
Mons. Delpini dice queste cose nelle stesse ore in cui viene ufficializzata la durate temporale (un anno esatto) della sua proroga come arcivescovo di Milano. L’estate prossima trepideremo, quindi, per il nome del successore, ma fin d’ora possiamo dire, con questa omelia, che chiunque salirà sulla cattedra dei SS. Ambrogio e Carlo cercherà anzitutto il nostro bene.
Lunedì, 7 settembre 2026






