Una singola anima umana vale più di tutti gli elementi inanimati, come scrisse Blaise Pascal
di Michele Brambilla
Mons. Mario Delpini compie 75 anni, la soglia della “pensione” per gli ecclesiastici, il 29 luglio, mentre è in Brasile. Da questo momento in poi, nonostante il “momento decisivo” sia rimandato perlomeno di un anno, si acuisce l’attesa per il nome dell’eventuale successore di mons. Delpini. Allergico ad encomi e pettegolezzi, il 27 luglio mons. Delpini manda dal Brasile un messaggio (una pagina di “diario”) che tocca diverse espressioni divenute care al suo magistero.
La prima, certamente, è la riflessione sulla parola “missionario” e sul rischio di trasformarla in uno slogan di comodo. «Mi domando da anni che cosa significa “missione”? Che cosa significa missionario? Io parto per il Brasile. Passo alcuni giorni in ciascuna delle diocesi dove operano i preti ambrosiani fidei donum»: apparentemente un gesto assai modesto, che si limita a constatare i frutti dell’opera altrui. Forse il segreto sta in una traduzione un po’ libera della stessa espressione fidei donum, cioè «condivisione del dono della fede, tempo dedicato a “imparare a dire il Vangelo in un’altra lingua, in un’altra cultura”, ricevere il dono della fede nella testimonianza di altre tradizioni, di altre condizioni di vita», ribadendo anzitutto a se stessi che «Gesù è il salvatore di tutti».
Dunque, «che cosa si può propriamente chiamare “missionario”?». Per esempio prendere coscienza del fatto che «la diocesi di Macapà coincide con lo Stato di Amapà» e che «da un punto all’altro della diocesi ci sono mille chilometri», eppure il clero locale non esita a percorrere quelle lunghissime distanze pur di portare i Sacramenti a chi può riceverli solo di rado. Mons. Delpini fa subito il confronto con i paesi dell’arcidiocesi di Milano, dove «le distanze sono modeste, le strade sono facili da percorrere, le comunicazioni possono essere immediate», ma ci si deve chiedere spesso «quanta strada devo fare per raggiungere il cuore della gente? Quante lingue devo imparare per comprendere e farmi comprendere dai fratelli e sorelle che vivono in situazioni che non so neppure immaginare? Quanto sono distanti i giovani dalla Chiesa?», fino a sentenziare che «l’impressione della prossimità, dell’intesa facile, della comprensione e comunicazione immediata mi sembra una grande illusione», se si sta parlando della differenza tra la visione del mondo cattolica e la mentalità “rivoluzionata” dei nostri contemporanei.
Uno degli snodi fondamentali è l’idea che si ha dell’uomo. Molta parte della cultura postmoderna non vede più una differenza tra uomo e animale: quasi quasi, meglio il secondo, ancora meglio una pianta. Con un efficace apologo, l’arcivescovo dice di avere posto domande esistenziali al Rio delle Amazzoni, «ma non ho avuto risposta» perché i singoli elementi naturali non hanno coscienza di sé.
Mons. Delpini lo ribadisce con una citazione dei Pensieri di Blaise Pascal (1623-62): «L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla». Solo l’uomo sa di vivere e di dover morire, quindi «questo essere fragile, che un niente può eliminare, questo essere di cui si parla tanto male perché sarebbe un pericolo per il pianeta, è necessario perché tutto diventi segno, parola, senso». Fu Adamo a dare il nome alle cose.
Non occorre, quindi, andare dall’altra parte dell’oceano per potersi insignire del titolo di “missionario”: basta attraversare il pianerottolo e illuminare con il Vangelo le tenebre esistenziali dei nostri vicini. Una singola anima umana agli occhi di Dio vale immensamente di più del Rio delle Amazzoni e dell’intero ecosistema (Sal 8,4-5).
Lunedì, 3 agosto 2026






