Nella solennità dell’Assunzione di Maria si scontrano due concezioni dell’uomo: quella per la quale con la morte finisce tutto e quella della risurrezione in anima e corpo
di Michele Brambilla
La mattina del 15 agosto mons. Mario Delpini firma sull’home page del Sussidiario una riflessione che è praticamente identica all’omelia pronunciata, poche ore dopo, in Duomo a Milano. Il titolo è esso stesso un annuncio, «Maria può sconfiggere la morte che c’è in noi», e come genere letterario si usa quello della disputa.
Mons. Delpini fa parlare per primo «l’uomo della morte», che «insinua il dubbio che la resurrezione sia un inganno. La risposta di Dio è l’assunzione di Maria, anticipazione del nostro destino futuro». La solennità dell’Assunzione di Maria è quindi il terreno di uno scontro antropologico. L’uomo della morte è l’immagine dei nostri contemporanei, tornati alla disperazione e al materialismo del mondo prima di Cristo. «L’uomo della morte dice: “Questa cosa è evidente: tutti muoiono e della risurrezione non c’è traccia”», invece essa è diventata un dato storico ineliminabile con Cristo risorto e una promessa per tutta l’umanità anticipata proprio in Maria.
Cosa ci guadagna l’uomo con Gesù? Semplice: la rivelazione del proprio significato. «Chi crede in me, non morirà in eterno», come disse Cristo accanto alla tomba dell’amico Lazzaro: non apparteniamo al nulla, ma all’Amore.
A questo punto l’uomo “carnale” obbietta che l’immortalità dell’anima è assolutamente plausibile, ma, come dicevano i Greci, «il corpo è una specie di prigione che impedisce all’anima di essere libera, felice». La grande novità cristiana è che anche il corpo appartiene ad un progetto buono, perché «si può chiamare persona questa fantasia di un puro spirito? Ci può essere una libertà che non sia fatta di carne e cuore? Ci può essere una felicità che non sia fatta di un partecipare a una festa condivisa, un essere insieme un solo corpo, un solo spirito?».
La cultura della morte, allora, insiste sui segni di decadimento del corpo umano. Per di più, non tutti nascono particolarmente belli e ci sono le disabilità. Per tanti uomini «il corpo è un motivo di infelicità. È sempre troppo grasso o troppo piccolo o troppo vecchio o troppo malato. Un numero incalcolabile di uomini e donne è tormentato dal proprio corpo. Come potranno essere felici se sono condannati a restare in quel corpo per l’eternità?». C’è qui un altro errore: credere che il corpo glorificato perpetui le tare terrene. In realtà, con la risurrezione si entra in una dimensione differente, in cui si conserva sì la propria individualità, ma in un modo che qui non siamo neppure in grado di immaginare. Il Risorto rinnova all’uomo interiormente morto l’invito che fece a san Tommaso: «Guardami, toccami, uno spirito non ha corpo come vedi che io ho».
Come noto, le piaghe della crocifissione rimasero sul corpo del Risorto. E’ la controprova che la nostra vicenda umana non andrà dispersa. «Ogni persona, così com’è può essere felice. La felicità, infatti, non è nella bellezza, nell’efficienza, nella salute. La felicità è essere amati ed essere capaci di amare. La pienezza della felicità è amare con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze, con tutto quello che si è. Le ferite che porto nel corpo risorto sono la rivelazione che l’amore è compiuto: anche nel soffrire ho amato e ho reso uomini e donne capaci di amare», dice ancora una volta Gesù.
La Madonna visse in pienezza la sua vocazione ad amare, ma oggi l’uomo pensa che amare sia solo il piacere erotico passeggero. Il Risorto insiste ad indicarci la pienezza dell’amore che si dona, che è stata fatta propria anche da Maria. Gesù stesso invita ad ammirare nel «grande segno della donna vestita di sole» la vocazione di tutti coloro che accolgono il suo annuncio.
Lunedì, 17 agosto 2026






