Agosto, tempo di visite e di trasferimenti, alla ricerca, sempre, della piena comunione tra i fedeli diocesani, che significa anche la preservazione della loro diversità rituale e culturale
di Michele Brambilla
Nelle ultime settimane di agosto si collocano i ritiri rivolti ai sacerdoti che cambiano destinazione. Come sempre, sono tanti e, in qualche caso, si tratta di momenti significativi anche dal punto di vista personale. Quella del “tempo in disparte”, ovvero che i preti trasferiti abbiano bisogno di un momento in cui fare mente locale davanti al Signore, è stata una grande intuizione pastorale degli anni più recenti e si affianca a quello che parroci e viceparroci fanno già spontaneamente per introdurre i confratelli nella vita della nuova comunità di appartenenza.
Tornato dal Brasile, anche l’arcivescovo si prende qualche giorno di riposo, che è costellato, comunque, da appuntamenti sul territorio di natura più leggera. Mons. Mario Delpini continua a visitare le parrocchie montane delle zone di Varese e Lecco, ma è anche invitato in altri paesi e santuari in occasione delle feste patronali o di iniziative culturali. Il 20 agosto presiede lui la Messa solenne, nella ricorrenza di S. Bernardo di Chiaravalle, nella parrocchia di Castel Rozzone, facente parte della comunità pastorale di Treviglio. Il 23 agosto è atteso a Civate, nell’antica abbazia benedettina di S. Pietro al Monte, per una celebrazione eucaristica.
Sia Castel Rozzone che Civate sono di rito romano e questo dice molto della cura che l’arcidiocesi continua ad avere nella conservazione della diversità liturgica all’interno del suo territorio, che ha origini molto antiche. Nei territori, infatti, in cui si utilizza il rito romano, esso risale perlomeno all’epoca della regina longobarda Teodolinda (570-627), talvolta dipende dalla vicinanza a monasteri benedettini o dal fatto che la pieve fu aggregata all’arcidiocesi di Milano molto tardi (Trezzo sull’Adda e Treviglio), dopo aver gravitato per secoli attorno alla diocesi di Bergamo, ma in ogni caso è un dato originario e costitutivo, motivo per cui, nella costituzione delle attuali comunità pastorali, si cerca di rispettare il più possibile l’identità di ciascun componente. Oggi la maggior parte delle parrocchie di rito romano sono organizzate in comunità pastorali omogenee, oppure fanno parte di coordinamenti più larghi che ne tutelano comunque il patrimonio rituale e culturale.
Come testimonia per primo mons. Delpini con le sue attenzioni, le parrocchie di rito romano, ovvero una presenza territoriale della liturgia romana che non si può ridurre a qualche cappellania universitaria o religiosa, sono una ricchezza per l’arcidiocesi e un continuo stimolo alla costruzione di una comunione autentica, che non significa uniformità, come dimostra la stessa Milano a livello di Chiesa universale.
Su entrambi i versanti, la diversità liturgica è infatti un antidoto all’autoreferenzialità. Una diocesi uniformemente ambrosiana sarebbe tentata dal ritenersi autosufficiente, soffocando o guardando con ostilità anche ai carismi (leggasi: ordini religiosi, movimenti o associazioni) che naturalmente lo Spirito susciterebbe nella sua compagine, come peraltro già successo in passato. D’altro canto, una Chiesa cattolica uniformemente romana renderebbe ancora più diffidenti le comunità cristiane ora separate, in particolare le Chiese orientali bizantino-ortodosse, che temerebbero la dispersione del proprio patrimonio storico-liturgico nel caso rientrassero in comunione con Roma.
Lunedì, 24 agosto 2026






