I funerali dei grandi personaggi pubblici sono occasioni nelle quali i necrologi quasi si sprecano. Ma di ognuno, se si sanno cogliere alcune specificità, si può individuare la cifra del loro insegnamento
di Michele Brambilla
Nel giro di 48 ore (3-4 agosto) Milano piange don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità Exodus, e il calciatore Franco Baresi, “bandiera” del Milan degli anni ’80-’90. Entrambi vengono compianti dalla città intera nella basilica di S. Ambrogio.
Don Mazzi, dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (Opera don Calabria), si è dedicato per decenni ai giovani tossicodipendenti e a persone segnate da altri tipi di devianze. Tra i tanti concelebranti del funerale è doveroso menzionare padre Massimiliano Parrella, il vicario generale dell’arcidiocesi, mons. Franco Agnesi, e l’abate della basilica, mons. Carlo Faccendini. Padre Parrella pronuncia l’omelia, nella quale, smarcandosi tra le tante parole, spesso improprie, spese per don Antonio anche sullo stesso sagrato di S. Ambrogio, individua la cifra fondamentale dell’operato del sacerdote. Egli «non ti inchiodava mai al tuo passato, non chiedeva che cosa avessi combinato, piuttosto chiedeva “Quando ricominciamo?”. Don Antonio aveva questo sguardo: non vedeva tossicodipendenti, vedeva ragazzi, non vedeva detenuti ma vedeva uomini, non vedeva falliti, ma figli che aspettano soltanto qualcuno abbastanza ostinato da credere ancora in loro», in un contesto in cui «l’uomo si chiude. Si chiude quando pensa che ormai non ci sia più niente da fare e niente da salvare. È successo» persino ai discepoli di Gesù, sopresi, poi, dal perdono del Risorto.
Pochi hanno ricordato l’origine cristologica dell’operato di don Mazzi. Mons. Mario Delpini, che fino al 7 agosto è impegnato nel viaggio missionario in Brasile, nel suo messaggio di cordoglio la conferma e la ribadisce: «Il segreto di don Mazzi, io credo, è la sua fede in Dio», nel Dio trinitario, perché solo essa «rende liberi, coraggiosi, disposti al rischio e all’eroismo. Perciò è stato un uomo animato da una inestirpabile fiducia nelle persone, anche quelle date per perdute».
Anche Franco Baresi era credente. I primi calci li ha tirati nell’oratorio di Travagliato (Brescia), in cui è cresciuto anche il fratello Giuseppe, poi giocatore nerazzurro. L’omelia del funerale di Baresi, celebrato da mons. Faccendini, non dimentica che «ciò che ha fatto di lui il capitano per eccellenza sono la sua leadership in campo e negli spogliatoi». «Queste qualità provengono dalla sua famiglia, dalle sue origini contadine», in cui l’attitudine alla fatica, al rispetto, alla tenacia, al silenzio è sorretta da una tenace fede cattolica, «che Franco non ha mai nascosto, e che gli ha consegnato stabilità, serenità, quel senso di responsabilità e attenzione nei confronti degli altri, e grandissima sensibilità».
Spesso quello che è essenziale finisce per essere travolto dal profluvio di parole che si riversa nei media. L’eccesso di retorica può contaminare anche la pastorale ordinaria, che deve già affrontare la concorrenza dei new media, scrive mons. Delpini dal Brasile in un nuovo messaggio, nel quale descrive un fidei donum ambrosiano addolorato perché anche là «l’introduzione della tecnologia favorisce l’invasione di una mentalità, di uno stile di vita, di un modo di intendere i rapporti con gli altri e con la natura che rischiano di estinguere la tradizione indigena». «In qualsiasi posto siamo entrati si sono ripetute le stesse manifestazioni di benvenuto, gli stessi riti di accoglienza», benché l’arcivescovo ritenga la sua presenza imparagonabile alle fatiche dei veri missionari. In realtà è perfettamente conscio del fatto che l’arrivo del successore di Ambrogio e Carlo Borromeo nel più piccolo villaggio brasiliano sia per i suoi abitanti il segno che la Chiesa cattolica, nell’immensità della sua estensione, non ignora neppure il più misero dei battezzati. Fa parte di quelle “note di fondo” che mons. Delpini invita a cogliere sia nelle biografie dei “grandi” che negli eventi quotidiani.
Lunrdì, 10 agosto 2026






