Due importanti interviste a personalità ambrosiane evidenziano i frutti della predicazione giussaniana nel nostro territorio e per la Chiesa universale
di Michele Brambilla
Dal 21 al 26 agosto si è tenuto, come ogni anno, il Meeting di Rimini, espressione del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. Vi ha trovato posto anche uno stand di Alleanza Cattolica.
L’edizione del 2026 è stata contrassegnata dall’arrivo di Leone XIV il 22 agosto. Non accadeva dal 1982, quando san Giovanni Paolo II (1978-2005) divenne il primo Pontefice a recarsi al Meeting: celebre la foto in cui mons. Luigi Giussani (1922-2005), il fondatore di CL, si inginocchia, grato ed emozionato, ai suoi piedi.
La memoria di don Giussani, oggi servo di Dio, e il discorso pronunciato da Papa Leone XIV il 22 agosto guidano due interviste rilasciate da personalità importanti, legate all’arcidiocesi di Milano ma oggi con incarichi in Italia e all’estero.
La prima è stata pubblicata il 25 agosto e a rispondere è stato mons. Paolo Martinelli, cappuccino milanese, cresciuto in CL, vicario apostolico per l’Arabia in questo difficile frangente storico. Mons. Martinelli, interrogato soprattutto sulla guerra in Medio Oriente, afferma che «gli ultimi mesi hanno rappresentato un’esperienza complessa che ci ha messi alla prova, però devo dire che il popolo cristiano, i nostri fedeli, hanno dato una grande testimonianza di fedeltà alla Chiesa», intensificando la preghiera e la carità fraterna. Il vicario apostolico ci tiene a rimarcare che, in Arabia, l’azione dei cristiani è molto limitata dall’assenza di vera libertà religiosa, ma «nessuno ci può impedire di vivere noi la fede. E quindi di vivere una testimonianza della gioia del Vangelo dentro la vita quotidiana, la capacità di vivere rapporti autentici, anche di dialogo, di testimonianza», cercando di costruire anzitutto l’unità tra di loro. Tutte questioni importanti che lo ricollegano naturalmente al 47° Meeting di Rimini, dato che «il Papa ha toccato i temi fondamentali di tutta la vita cristiana», mettendo un accento particolare sulla «comunione come valore fondante».
Don Giussani per primo fu un costruttore instancabile di comunione tra i giovani e tra i confratelli sacerdoti, additando sempre l’orizzonte grande della Chiesa, in cui sono ricompresi tutti i carismi. Il giorno del suo funerale, nel febbraio 2005, colpì l’immagine di «Piazza Duomo piena, venne il cardinal Ratzinger a celebrare i funerali, delegato dal Papa», ricorda mons. Ennio Apeciti, rettore del Pontificio Seminario Lombardo a Roma e delegato dell’arcidiocesi di Milano per le cause dei santi nella sua intervista, che si sofferma sui tanti testimoni ascoltati per la causa di beatificazione del fondatore di CL. Il processo diocesano ha inviato al dicastero competente un intero furgone di atti, in cui «abbiamo raccolto tutto, rivisto i suoi interventi, ricostruito passo dopo passo. La commissione storica, con importanti studiosi dell’Università di Milano, ha fatto un lavoro splendido e una relazione di 600 pagine. E quanti testimoni! Avremmo dovuto interrogarne 200, ne abbiamo selezionati 85, i più significativi, che rappresentassero il volto della Chiesa».
Il carattere di don Giussani, ma soprattutto il suo tendere costantemente all’unità nella Chiesa, anche quando il suo movimento non era molto compreso, erano già noti a mons. Apeciti, dato che «dovetti interrogarlo due volte per due processi di beatificazione: per Paolo VI e Giuseppe Lazzati». Mons. Apeciti testimonia personalmente che, entrando nella casa di don Giussani, «mi sono sentito messo a mio agio, come se fossi prezioso per lui. Mi aspettavo qualche critica su Lazzati» per l’atteggiamento ostile che il rettore dell’Università Cattolica aveva assunto verso CL, invece «lui sottolineò le sue qualità. Avevano prospettive diverse», ma «lo ammirava perché era un uomo convinto», senza portargli alcun rancore.
Lunedì, 31 agosto 2026






