Invitato a dare la propria testimonianza sulla preghiera, mons. Mario Delpini offre delle coordinate che sono raggiungibili da tutti
di Michele Brambilla
Mons. Carlo Faccendini, parroco-abate della basilica di S. Ambrogio, invita mons. Mario Delpini a predicare, la sera del 18 gennaio, sul tema della preghiera, offrendo anzitutto la sua testimonianza di uomo di preghiera.
La versione dell’omelia consegnata agli archivi ufficiali è più impersonale del discorso a braccio: per esempio, ricorda «la mamma che invita a pregare al mattino e alla sera, in macchina e passando vicino al cimitero; il papà che si ferma in ginocchio in chiesa dopo la messa; la comunità che celebra e il prete che invita a fare il chierichetto», ma sta parlando di sua madre, di suo padre e del parroco della sua infanzia. Nella traccia scritta sceglie di generalizzare perché, in fondo, sono ancora queste le figure che istruiscono nella fede ogni fedele ambrosiano quando viene al mondo. Ora che quel chierichetto è diventato l’arcivescovo, «nella consapevolezza della sua inadeguatezza, il vescovo di fronte a una assemblea radunata per pregare o per una riunione, di fronte a un popolo numeroso o a un convenire stentato si domanda: “ma io che cosa posso fare per questa gente? Che cosa ho da dare? Di che cosa hanno bisogno tutti costoro?”. È una domanda provocatoria», perché anche dall’alto prelato ci si aspettano, oggi, solo indicazioni “pratiche” che riguardano i temi scottanti della cronaca contemporanea. L’arcivescovo, però, non è un tuttologo: la vocazione di don Mario originò dalla lettura, quando era ragazzo, del cap.15 di Giovanni, laddove Cristo, parlando agli Apostoli, dice «vi ho chiamato amici, rimanete in me, la mia gioia sia in voi».
Il sacerdozio nasce quindi da un rapporto di amicizia con il Signore, che chiama a propagare questo amore attorno a noi. «L’amicizia è la via della conoscenza: “non so che cosa pensare di Dio: parlami del Padre”», e nella paternità di Dio c’è già un’idea di uomo e di società. Non è un discorso teorico, ma «l’amicizia è la via della conformazione, di quella sequela che rende migliori perché cerco di praticare lo stile di Gesù, di vedere le persone come le vede lui, di vedere la terra e la storia come le vede Gesù».
Quando visita le varie località dell’arcidiocesi, «il vescovo raccoglie confidenze, poche parole che durano quanto dura una stretta di mano. Spesso sono invocazioni perché la vita è troppo dura, le vicende della famiglia, della salute, del lavoro sono troppo complicate, troppo tristi», allora quel breve incrocio di mani diventa la premessa di una costante preghiera di intercessione. Il suggerimento, in proposito, è sempre lo stesso, ovvero «il rosario è la preghiera insistente: prega per noi. Maria, la Madre di Gesù, prega con noi, raccoglie tutte le preghiere e le presenta a Gesù: non hanno vino, non hanno abbastanza gioia, abbastanza forza, abbastanza vita», e ricorda che «la preghiera di intercessione, la preghiera del rosario, la preghiera universale durante la messa, la preghiera per i defunti non è per delegare a Gesù di fare qualche cosa che non so fare, ma per disporsi a fare qualsiasi cosa egli dirà». L’uomo non può rimanere inoperoso: “aiutati che il Ciel ti aiuta”, dice un famoso proverbio. La fede è avvalorata dalle opere, per dirla con il concilio di Trento (1545-63).
Lunedì, 23 gennaio 2023






