L’arcivescovo, lo sport in oratorio e l’auspicio di una “tregua olimpica” in Ucraina
di Michele Brambilla
Il 31 gennaio, memoria liturgica di san Giovanni Bosco, presso la Curia arcivescovile di Milano si tiene un incontro con i rappresentanti della FOM, del CSI e del CONI per preparare dal punto di vista ecclesiale le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina del 2026. Marco Riva, a capo del Comitato olimpico regionale, non esita a scomodare lo stesso motto del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), «più veloce, più in alto, più forte», per aggiungervi fin da subito «la parola “insieme” per costruire un mondo migliore e il futuro».
Mons. Mario Depini rievoca i suo trascorsi con il mondo dello sport, poiché, «essendo vescovo di Milano, sento la responsabilità di essere attento a tutto quello che Milano vive», ed è indubbio che nella metropoli di Inter e Milan, oltre che di una miriade di società sportive professionistiche o dilettantistiche, non c’è dubbio che si tratti di un ambito molto influente nel panorama cittadino. Personalmente «mi appassiona il vostro lavoro, che coinvolge un gran numero di persone come dirigenti e responsabili, ma anche milioni di tifosi. Mi interessa stabilire un rapporto che permetta la stima vicendevole, al di là di giudizi sommari con cui a volte si guarda al professionismo».
L’arcivescovo si riferisce certamente agli scandali più recenti e riconosce che «talvolta si parla solo di soldi, di strumentalizzazioni, di scandali con un sospetto generalizzato. Io, invece, voglio dire la mia stima per quello che voi fate in vista del bene comune, così come è importante che lo sport non abbia dei pregiudizi, vedendo la Chiesa come una realtà parallela» e qualche volte concorrente. Molti campioni hanno iniziato le loro carriere proprio in oratorio: mons. Delpini ricorda l’appena deceduto Gianluca Vialli, cresciuto all’ombra del campanile nella diocesi suffraganea di Cremona. Infatti «la parrocchia, nelle nostre terre e in gran parte del nord Italia, è fatta dal campanile, la casa del prete e l’oratorio dove si gioca: questa è una dimensione popolare dello sport che il professionismo deve apprezzare. Se entriamo in un rapporto di stima vicendevole, siamo chiamati a vivere la responsabilità per il bene comune. A me sembra che la rilevanza dello sport professionistico e dei suoi risultati possa dare un contributo positivo per il contesto sociale. I campioni diventano modelli di comportamento: se il campione è onesto, capace di fair-play e ha qualità umane» diventa inevitabilmente testimone di valori positivi, come nel caso del sunnominato Vialli e dell’altrettanto celebre Pelè, anch’egli appena tornato alla casa del Padre. In tempi in cui vige, anche nell’ambito dello sport, il mito dell’autodeterminazione, «la Chiesa, la comunità cristiana contribuisce a promuovere quei valori morali che lo sport può. Un valore morale è, certamente, quello di resistere all’insidia del successo a ogni costo, della strumentalizzazione economica o ideologica dello sport, quando un regime esibisce la sua potenza attraverso lo sport come strumento di propaganda su cui, infatti, le dittature hanno sempre investito molto».
Allora «sviluppare solidarietà e collaborazioni con le popolazioni più povere, che hanno bisogno di organizzazione e strutture, è un dovere». Pensando all’Ucraina, l’arcivescovo si chiede se non sia il caso di patrocinare una tregua olimpica. «Vorrei trovare il modo e le occasioni per dimostrare che i popoli, che tutte le persone sensate, non vogliono la guerra, ma la pace. Mi piacerebbe che ci fosse un grande movimento popolare di preghiera, di riflessione, di iniziative per firmare questo ideale manifesto che dice che noi non ci rassegniamo alla guerra» in ogni tempo e in ogni luogo.
Lunedì, 6 febbraio 2023






