L’arcivescovo invita i fedeli ambrosiani ad una missionarietà operosa e, soprattutto, teologale
di Michele Brambilla
Il 7 febbraio mons. Mario Delpini celebra nella parrocchia milanese di S. Ilario la Messa della visita pastorale ai decanati dei quartieri Cagnola, Gallaratese e Quarto Oggiaro. Come ricorda lui stesso nell’omelia, «la visita pastorale è l’occasione per il vescovo per incontrare ogni comunità e dire: “voi mi state a cuore, io sento responsabilità per voi”. Ma ora si compie nella semplicità di un incontro fraterno: voi mi siete cari», e può dirlo di persona.
Quarto Oggiaro non è più al centro delle cronache nere dei giornali, ma rimane un quartiere difficile, in cui si sommano nuove e vecchie povertà, sia materiali che spirituali. In questo contesto «la nostra lingua è incomprensibile a molti, forse la nostra presenza è antipatica, ciò che ci preme sembra che non interessi agli altri. Anche i genitori, gli educatori, i catechisti che desiderano condividere la loro fede e la loro appartenenza alla comunità con gli adolescenti e i giovani, con i vicini di casa, con i colleghi di lavoro avvertono spesso più il fastidio che la gratitudine». Ad ogni modo, «mentre l’istinto porta alla conflittualità fino alla guerra, la presenza dei discepoli di Gesù deve sentirsi incaricata della riconciliazione e della pace. Deve essere luogo di riconciliazione e di pace», ammonisce, perché «il risentimento, il desiderio di vendetta, la rottura irrimediabile dei rapporti tra le persone sono malattie» sociali da curare al pari delle patologie che riguardano il corpo.
Lo sguardo di mons. Delpini, proprio in quelle ore, si allarga ai terremotati di Turchia e Siria, verso i quali si attiva subito la “macchina” della solidarietà ecclesiale. «Le sofferenze di tante persone bussano alle nostre porte e non ci consentono di restare paralizzati, ci provocano a dire qualche cosa, a fare qualche cosa, anche se siamo così inadeguati», sostiene l’arcivescovo nel suo comunicato. «Eppure noi continuiamo ad ascoltare la voce di Gesù che ci chiama a condividere i suoi sentimenti di compassione, a costruire nuovi rapporti di fraternità, a riconoscere l’importanza anche del gesto minimo: avevo fame… avevo sete… ero malato: quello che fate per uno di questi piccoli l’avete fatto a me», ripete ancora una volta mons. Delpini.
La carità lenisce i bisogni materiali, ma a volte lascia intatti gli interrogativi interiori. «Il momento orribile e la desolazione angosciante stanno davanti a noi e provocano la nostra fede», ma di fronte alla tragedia «lo Spirito di Dio ci insegna a pregare, ci dà ragioni per la generosità sollecitata da molti, ci induce a parlare, a sperare, a pretendere che una nuova solidarietà unisca i popoli, a lasciarci istruire da una nuova sapienza che orienti a pensieri di pace».
L’arcivescovo imprime questa speranza anche nel messaggio per la Giornata del malato (11 febbraio). «Che nessun malato sia solo, che nessuna famiglia sia lasciata sola nel prendersi cura di un familiare bisognoso di assistenza. Non tutti sono operatori che possono curare i malati, tutti però possono prendersi cura degli altri», secondo un’autentica cultura della vita e vedendo Cristo nella persona soccorsa. Come detto anche ai fedeli nei decanati, «la nostra Chiesa è ricca di opere di carità, di attenzione ai bisogni immediati di tante persone. Rischia però di essere indaffarata al punto da dimenticare che abbiamo bisogno di Gesù, che dobbiamo dimorare in Lui per portare molto frutto».
Lunedì, 13 febbraio 2023






