Così l’arcivescovo all’inaugurazione di una mostra sul beato Rosario Livatino, promossa, tra gli altri, anche dal Centro Studi a lui intitolato
di Michele Brambilla
Il 20 febbraio mons. Mario Delpini inaugura la mostra Sub tutela Dei. Il giudice Rosario Livatino, promossa al Palazzo di Giustizia di Milano dalla Libera Associazione Forense, dal Centro Culturale “Il Sentiero”, ma soprattutto dal Centro Studi Rosario Livatino.
Come sostiene l’arcivescovo, «una mostra seguita da un convegno è un evento completo per illustrare una figura, una storia e un evento drammatico come quello che ha coinvolto il giudice Rosario Livatino». Livatino, però, non è riducibile solo ad “icona antimafia”, perché il 9 maggio 2021 è stato beatificato dalla Chiesa ed è quindi un martire, ucciso in odium fidei. Allora «il luogo che ospita questa rassegna è il più significativo per ricordare un uomo che ha fatto del suo lavoro un cammino di santità», non soltanto perché il Palazzo di Giustizia è il luogo in cui, nel bene e nel male, è transitata molta parte della storia italiana contemporanea, ma proprio perché in quelle aule molte persone, dai magistrati ai portinai, cercano quotidianamente di santificarsi svolgendo con umiltà il proprio dovere. «La mostra è un tributo a Livatino, ma anche a chi lavora qui», dice infatti mons. Delpini, per il quale «questa mostra è qui e parla, ad avvocati, magistrati, cittadini che entrano in questo Palazzo, di un magistrato che ha combattuto il male con le armi della legalità, coniugando il Codice legale con il Vangelo. Un messaggio di grande edificazione, che ricorda la possibilità di un esercizio della propria professione che conduce alla pienezza della vita: per i cristiani alla pienezza della vita cristiana che è la santità». La santità, a ben vedere, è il metro con cui dovrebbe confrontarsi l’umanità intera proprio per scoprirsi più umana.
«La storia di questo giovane magistrato mi fa dire come è brutto e volgare il male e come, invece, sia bello, edificante e incoraggiante il bene che si compie con il sacrificio di persone oneste e competenti. Il male abbrutisce», infatti, «le persone e si perde quasi la stima dell’umanità vedendo come si può trattare la vita di un uomo, procedere a un assassinio, desiderarlo da parte dei mandanti». Il male, la morte, però, non hanno mai l’ultima parola, neppure nel caso di un magistrato di 37 anni freddato sul ciglio della strada, perché «questo giudice inerme, senza protezione, sembra una vittima, ma si rivela come un principio di vita, che ha segnato anche l’esistenza di due di coloro che sono stati direttamente implicati nell’omicidio, spinti, dal suo modo di morire, a chiedere perdono, arrivando alla conversione. Questo mi fa molto riflettere su come il bene si rivela fecondo» nonostante gli ostacoli che gli si frappongono. Diventa, allora, comprensibile perché «la Chiesa ha interpretato come martirio l’uccisione dei magistrati», allargando un po’ il quadro ad altri delitti “eccellenti” di mafia (su tutti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino). «Livatino è un esempio e può, nella gloria dei santi, intercedere per tutti coloro che compiono questa stessa strada» di denuncia del male e di costruzione della Civitas Dei in mezzo agli uomini. Risuona, ancora una volta, il grido di san Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento: «convertitevi!». Per tutti verrà il giudizio di Dio, e tutti dovremo rendere conto delle scelte fondamentali che hanno retto la nostra esistenza.
Lunedì, 27 febbraio 2023






