Verrebbe da chiederselo, a vedere il mimetismo crescente dei cattolici ambrosiani, che ripetono a pappagallo le parole “di tutti” e misconoscono la loro storia. L’arcivescovo rimprovera ed esorta a riappropriarsi con orgoglio della nostra identità
di Michele Brambilla
«Mi capita di percepire talvolta una sorta di imbarazzo: come se l’aggettivo “cattolica” fosse una zavorra, una definizione che pone un limite, che impone degli adempimenti. Che sarebbe più facile, più efficiente, più adatto ai tempi che viviamo mettere tra parentesi gli aggettivi per sentirci a nostro agio nella cultura, nella ricerca, nella sensibilità contemporanea», rimprovera senza giri di parole all’Università Cattolica, all’Azione Cattolica e a tutti gli enti ad esse collegati mons. Mario Delpini, nell’omelia che pronuncia durante la Messa del pellegrinaggio a Roma, celebrata dall’arcivescovo in piazza S. Pietro questo 22 aprile.
Ammettiamolo: i cattolici italiani contemporanei fanno di tutto per non farsi notare. Se parlano in pubblico ripetono esattamente gli stessi slogan e sostengono esattamente le stesse battaglie (sbagliate) che la mentalità “laica” promuove accanitamente. A farne le spese è l’identità stessa del cattolico italiano.
Indicative le parole di don Giuseppe Marinoni, prevosto di Magenta, la città di santa Gianna Beretta Molla. Il Giubileo della santa, concesso dalla Santa Sede, aveva due obbiettivi, il primo e più importante, sul quale ci soffermiamo dolenti, era quello di «far conoscere santa Gianna, nella consapevolezza che proprio qui, nella sua terra, non è molto conosciuta». Paradossalmente «lo è molto di più in terre lontane da noi: abbiamo ricevuto gruppi dalla Polonia, dal Brasile, dal Canada», e non a caso. Sono tutti Paesi nei quali lo scontro frontale con le ideologie anticristiane ha reso i cattolici molto meno preoccupati di “offendere” la sensibilità laicista, verso la quale, invece, in Italia vige la più anacronistica delle sudditanze. Santa Gianna non è conosciuta anche, e forse soprattutto, perché la sua storia è “impresentabile”.
Il 28 aprile giunge a Magenta mons. Delpini, che in mattinata celebra sulla tomba della santa e, in serata, nella basilica di S. Martino. Al cimitero esorta nell’omelia a lasciarsi «trasformare dalla paura alla fiducia, non conformatevi alla mentalità di questo mondo, non rassegnarvi ad abitare nel paese della paura», i cui abitanti guardano gli altri con sospetto. Il paese della fiducia è abitato dallo sguardo del Signore, che porta gli abitanti a stimarsi a vicenda e a vivere il proprio tempo senza le angosce delle statistiche. «Siate lieti nella speranza. Domani? Domani sarà ancora un’occasione per amare» e costruire il Regno di Dio.
Coloro che dicono «“la vita è mia e ne faccio quello che voglio” sono stolti, perché non si accorgono che la vita è come l’acqua: se non scorre, marcisce», ovvero la vita è salvata proprio quando è dedicata alla missione, agli altri, sul modello di Cristo, che ha dato la vita per noi e ci chiama a consegnarla ai fratelli. Invece, spesso, i cattolici preferiscono mettere la maschera degli scettici e, di fronte alle degenerazioni morali della nostra epoca, se ne dicono contenti per non essere contestati. Ma Gesù non si nascondeva: offriva a tutti la sua Luce. «La Luce amica rivela la ricchezza del nostro cuore, le buone ragioni che abbiamo per avere stima di noi stessi. Non abbiamo bisogno di maschere per farci applaudire, abbiamo buone ragioni per leggere la verità di noi stessi e apprezzarla», ripete l’arcivescovo.
Lunedì, primo maggio 2023






