Il messaggio che l’arcivescovo rivolge agli ambrosiani dalla Turchia è un invito a riscoprire l’essenziale della pastorale
di Michele Brambilla
Come accennato nell’articolo di settimana scorsa, mons. Mario Delpini ha trascorso le settimane centrali di agosto in Turchia, dove opera una missionaria laica ambrosiana e si auspica l’arrivo di un altro missionario fidei donum dalle nostre terre. L’arcivescovo ha celebrato la Messa del 15 agosto presso il santuario della Madonna di Efeso. La Casa di Maria ad Efeso, dove la Vergine visse dopo la Pentecoste e avvenne il mistero celebrato proprio il 15 agosto (Dormizione per gli ortodossi, Assunzione per i cattolici), fu ritrovata in seguito alle visioni della beata Caterina Emmerich (1774-1824), che guidarono le mani degli archeologi. Mons. Delpini ha concelebrato con l’arcivescovo di Smirne, mons. Martin Kmertec, e con l’arcivescovo caldeo mons. Ramzi Garmou.
«Contro l’ovvio, deprimente e indiscutibile, professato dal Nemico del bene, si innalza nel cuore della storia un cantico, un cantico di gioia che fa alzare la testa, allarga il cuore, semina sorrisi e invita a cantare», dice mons. Delpini alla Chiesa turca, una realtà multi-etnica collocata in un contesto fortemente ostile, nell’omelia. Sono toni che l’arcivescovo è solito applicare anche a Milano, ma nel contesto turco, provato anche di recente dal martirio (si pensi all’ambrosiano mons. Luigi Padovese, ucciso nel 2010 dal suo autista musulmano) hanno una pregnanza ancora maggiore.
La Chiesa, come Maria, deve avere sempre sulle sue labbra il cantico del Magnificat, che esprime la gioia dell’elezione nonostante l’umiltà della servitù. Parole ispirate anche dalla visita (accompagnato sempre da mons. Garmou), il 14 agosto, ad un campo profughi di cristiani mediorientali sfuggiti all’ISIS, “parcheggiati” in Turchia come arma di ricatto del presidente Recep Tayyip Erdogan verso l’Europa. Lì ha toccato con mano il dolore della persecuzione, ma anche la claustrofobia di una situazione che, per motivi politici, sembra senza via di uscita.
L’arcivescovo ammira i cattolici turchi per aver costruito una comunità fatta soprattutto di relazioni. Il primato delle relazioni interpersonali è un aspetto che, secondo lui, occorre recuperare, come ripete da diverso tempo e come dimostra un episodio avvenuto proprio durante il viaggio in Turchia. Mons. Delpini ha portato, infatti, personalmente la Comunione eucaristica ad una donna inferma nativa del Ruanda, sfuggita ad anni di violenze. La donna ha espresso tutta la sua gioia (e tutto il suo senso ecclesiale) esclamando che «io non posso andare in chiesa, ma oggi la Chiesa è venuta da me».
A Konya, nella cattedrale di S. Policarpo, e nella parrocchia di S. Elena sull’Egeo mons. Delpini ha reso omaggio anzitutto alla memoria di don Giuliano Lonati, morto a Milano nel 2017, fidei donum in Turchia dal 2011 al 2013. Nel giardino c’è ancora un albero piantato dal sacerdote, che l’arcivescovo prende a metafora del “virgulto” cristiano in Turchia, che dopo la terribile conquista ottomana del 1453 subì anche i postumi della guerra greco-turca (1919-22) e del trattato di Losanna (1923), di cui si sono commemorati da poco i 100 anni (24 luglio). Il trattato comportò uno scambio di popolazioni tra la Grecia e la Turchia, prendendo l’aspetto di una vera e propria pulizia etnica ai danni dei cristiani locali.
Lunedì, 28 agosto 2023






