Il Concilio Vaticano II come riproposizione dell’autentico umanesimo cristiano, che vede nelle imperfezioni, frutto del peccato, altrettante occasioni di bene
di Michele Brambilla
Il 20 settembre i vescovi lombardi compiono un pellegrinaggio a Bergamo e Brescia, Capitali della cultura 2023, luoghi di nascita di due grandi Papi santi, entrambi collegati al Concilio Vaticano II (1962-65), san Giovanni XXIII (1958-63) e san Paolo VI (1963-78). L’omelia di mons. Mario Delpini, che nella chiesa parrocchiale di Sotto il Monte riecheggia il preambolo di uno dei più celebri documenti del concilio, la Gaudium et spes, descrive l’uomo come l’essere che «abita la terra e cerca il paradiso, abita la fragilità e cerca la potenza, abita la miseria e cerca la ricchezza, abita la solitudine e cerca l’amore».
L’uomo percepisce, quindi, uno struggente desiderio di compimento. «L’umanità incompiuta è talora ribelle: cerca il colpevole della propria situazione, bestemmia Dio perché ha creato il mondo imperfetto e non mette mano all’impresa di aggiustarlo», che invece è il compito affidato agli uomini fin dalla Creazione. Come sappiamo bene, l’imperfezione è frutto del peccato originale: il male non è opera di Dio, che lo tollera esclusivamente per trarne un bene maggiore, e l’esperienza del limite aiuta l’uomo a conservare l’umiltà creaturale, ma «l’umanità incompiuta è talora presuntuosa: si dà da fare per cercare il proprio compimento, spreme la terra perché gli fornisca le risorse per diventare onnipotente, rende schiavi gli altri per farsi un trono su cui esaltarsi, sfida Dio perché lo rifiuta come un limite intollerabile, si compiace delle sue conquiste e coltiva la certezza di raggiungere presto il proprio compimento» con le sue sole forze.
Certo, «l’uomo e la donna, l’umanità imperfetta abitano l’incompiuto; ma se non si lasciano deprimere dall’infelicità, se non si esasperano nella ribellione, se non vivono l’euforia della presunzione, incontrano, proprio sui sentieri dell’imperfezione la sollecitudine amorevole di Dio che li chiama a perfezione, al compimento. La vita è incompiuta perché è vocazione: non è fissata in un immobilismo senza storia, non è incasellata in un destino senza alternative», ma ci è donata proprio come occasione continua di perfezionamento. Infatti, «i santi Papi che sono nati nella nostra terra lombarda, Giovanni XXIII e Paolo VI sono stati inviati da Dio come angeli per ricordare all’umanità incompiuta la vocazione al compimento, “fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13)».
Le contese tra fedeli cattolici fanno perdere di vista il fatto che «ciascuno è destinatario di un dono di grazia, tutti, ciascuno per nome». Prendendo una posizione contemporaneamente sociale ed ecclesiologica, mons. Delpini asserisce che «i santi Papi, ispirando l’opera del Concilio Vaticano II hanno riproposto al mondo contemporaneo l’umanesimo cristiano, indicando in Gesù il compimento dell’essere umano nell’essere figlio di Dio». Il 21° concilio ecumenico non è quindi né da esaltare eccessivamente, facendogli pronosticare ciò che non ha mai sostenuto, né da deprecare come la sentina di tutti i mali: letti integralmente e alla luce del Magistero, i suoi documenti delineano il percorso «che ci chiama ad edificare la comunione nelle nostre comunità e nella Chiesa intera» attraverso il «quotidiano esercizio dell’umanesimo cristiano», espressione sotto la quale è possibile intuire l’auspicio di un’autentica restaurazione sociale.
Lunedì, 25 settembre 2023






