Rimprovero di mons. Delpini a chi esterna dal pulpito un pensiero che non appartiene alla dottrina cattolica
di Michele Brambilla
Dopo Sotto il Monte, i vescovi lombardi fanno tappa, il 28 settembre, a Concesio, paese natale di san Paolo VI. Si è alla vigilia delle ordinazioni diaconali nel Duomo di Milano (30 settembre) e della preghiera ecumenica che, a Roma, inaugurerà in qualche modo (prima della seduta inaugurale i padri sinodali vivranno, infatti, alcuni giorni di ritiro spirituale) il Sinodo sulla sinodalità voluto da Papa Francesco.
A Concesio mons. Mario Delpini, presiedendo l’Eucaristia, denuncia, nell’omelia, le malattie del pensiero. «Anche il pensiero, come il cuore, come il corpo, può ammalarsi», infatti, e «le malattie del pensiero forse non sembrano neanche malattie. Addirittura alcune sembrano buon senso, altre sembrano aggiornamento, altre sembrano sviluppo del pensiero critico», si dice comunemente. Invece «le malattie del pensiero possono anche essere pericolose: il pensiero malato fa nascere parole sbagliate, atteggiamenti indifendibili, comportamenti insopportabili. Per il clero, poi, sono anche più pericolose perché i preti, i diaconi vanno sul pulpito e predicano e non sono ammesse obiezioni, e la parola proclamata dal pulpito è considerata, ingenuamente o meno, come “parola della Chiesa”», osserva l’arcivescovo. Molto spesso i predicatori ripetono luoghi comuni che a causa della degenerazione del linguaggio ecclesiale contemporaneo pensano siano perfettamente in linea con la dottrina tradizionale della Chiesa, mentre in realtà ne rappresentano un’adulterazione. Può darsi che si insinui, involontariamente, anche il nichilismo («il pensiero malato è il pensiero rassegnato. Il pensiero rassegnato si sente imporre il limite come evidenza, la morte come indiscutibile ovvietà e si rassegna alla persuasione che si è vivi per morire, che ciò che è finisce e chi sa dove va, ci sono buone ragioni per credere che vada a finire nel nulla»).
Mons. Delpini ricorda che «Paolo VI ha riconosciuto le malattie diffuse nel pensiero del suo tempo. Ha intrattenuto un confronto costante e approfondito, ha cercato l’incontro, ha provato simpatia per gli intellettuali e coltivato durature amicizie», offrendo un metodo forse meno “ruvido” e meno teologicamente “preciso” di quello dei secoli passati, ma probabilmente più adatto all’uomo contemporaneo. Questo non significa acquiescenza, perché «non basta che l’opinione diffusa presenti come un dogma indiscutibile un pensiero perché i cristiani debbano conformarsi. Noi abbiamo il pensiero di Cristo (1Cor 2,16). Originali non per esibizionismo, ma per docilità alla verità rivelata da Gesù».
«In secondo luogo i discepoli di Gesù sono il popolo della speranza, pellegrini di speranza. Accolgono con gratitudine la promessa della vita eterna, vivono con gioia l’amicizia con Gesù risorto e credono “nella risurrezione della carne e nella vita eterna”. E queste certezza sulla meta rende tutta diversa la vita», come si può constatare di persona osservando la tetraggine dei fautori del pensiero nichilista. Ad ogni modo, «i discepoli di Gesù non possono disprezzare nessuno. Il loro pensiero non è infatti una conquista di cui vantarsi, ma un dono per cui ringraziare. La caratteristica del pensiero dei discepoli è di essere un ascolto della parola che convince al cammino, come la parola di Gesù ha convinto Pietro a prendere il largo e a gettare le reti per la pesca», dice l’arcivescovo spronando ancora una volta alla missione.
Lunedì, 2 ottobre 2023






