La memoria di mons. Giovanni Barbareschi, prete ambrosiano attivo nelle formazioni di partigiani cattolici, è un richiamo ai cattolici di oggi, perché non c’è pressione mediatica che si sostituisca al libero arbitrio di una coscienza rettamente formata
di Michele Brambilla
La sera del 2 ottobre il Collegio S. Carlo di Milano vede mons. Mario Delpini celebrare la Messa e partecipare ad un dialogo con gli studenti e inaugurare una lapide in ricordo di mons. Giovanni Barbareschi (1922-2018), professore, attivissimo membro fin dal suddiaconato dei partigiani delle Fiamme Verdi e dell’OSCAR, gruppi cattolici che si riunivano nella soffitta della scuola, presso la quale stampavano anche il loro periodico, il Ribelle, vero manifesto dei preti “ribelli per amore”, come li ricorda una fortunata pubblicazione del 1986, recentemente rieditata.
Da diverso tempo è in atto nella Chiesa un recupero delle memorie della Resistenza cattolica, capitolo prima oscurato dalla preponderante narrazione filocomunista. L’arcivescovo intende, però, farne anzitutto un richiamo alla necessità di saper sacrificare la vita per ideali che la trascendono e, soprattutto, coerentemente con la fede cattolica. Collegando il passato con il presente, mons. Delpini richiama l’educazione familiare di don Giovanni, ma soprattutto ricorda che «si può dire di no a qualche cosa che si impone, che seduce, che aggrega a un gregge, come voleva il fascismo, se si dice di sì a un sogno, a una scelta promettente, a un’appartenenza costruttiva della libertà della persona».
Prendendo spunto anche dalla sua recente lettera pastorale, l’arcivescovo prosegue rammentando che «l’essere umano è in se stesso libertà, ma occorre chiedersi perché siamo vivi», altrimenti ci omologhiamo a quelle che definisce «parole obbligatorie», cioè quelle ripetute dal potere mediatico di turno. «Viviamo di una vita ricevuta, di un dono d’amore e questo vuol dire che la libertà non è smarrirsi senza legami, senza essere di nessuno e non avendo nessuno. Noi viviamo legami che costruiamo e che hanno dato senso alla vita come fecero quelli del Ribelle. La libertà è la possibilità di rispondere alla vocazione, una parola estranea alla cultura del nostro tempo» perché implica fare spazio a un Altro proprio mentre si cerca in tutti i modi di realizzare un ideale di autonomia assoluta.
La vicenda del popolo ebraico fin dalle pagine della Bibbia ci ammonisce che esistono «faraoni che nella società di oggi rischiano di far vivere in modo sbagliato una falsa libertà» proprio per decostruire l’identità dell’uomo e assoggettarlo meglio. «Se credo alle promesse del faraone, mi consegno a lui perché mi aspetto che soddisfi le mie aspettative. Un esempio di questo rendersi schiavi è l’uso degli stupefacenti. Chi adora il faraone rischia e vive di solitudine, per questo è così importante l’amicizia»: ci ancora alla concretezza della realtà e ci impedisce di trasformarci in monadi impazzite.
«Le difficoltà le incontrano tutti e anche voi, ma alcuni le chiamano croce che fa riferimento al Crocifisso», che è risorto. Pertanto «la difficoltà si può intendere come un destino avverso o come un modo per migliorarsi. A me piace dire che la situazione è occasione, perché qui si torna all’idea della libertà di scegliere perché esiste sempre un futuro di risurrezione». La lapide inaugurata con nome di mons. Barbareschi attesta a tutti, genitori, docenti e studenti, la libertà e l’importanza delle nostre scelte, anche quando la pressione mediatica è opprimente come oggi.
Lunedì, 9 ottobre 2023






