Per l’arcivescovo il Sinodo sulla sinodalità è anzitutto un grande evento ecclesiale, in cui si sperimentano la presenza dello Spirito e l’autenticità della comunione
di Michele Brambilla
Il 12 ottobre mons. Mario Delpini, convocato come padre sinodale al Sinodo sulla sinodalità, trasmette il primo video-diario dell’assise vaticana. «Potremmo dire che qui c’è tutta la Chiesa», dice rispondendo semplicemente alla prima domanda che può sorgere nel fedele medio. «Però in più interventi ci è stato ricordato che non sono presenti qui solo coloro che lo sono fisicamente, ma tutta una vicenda di Chiesa che ha percorso gli anni passati», dei quali ricorda che sono stati «anni di consultazione molto capillare». Per evitare che il Sinodo sia percepito come una questione “burocratica”, di schede e procedure, l’arcivescovo aggiunge significativamente che «qui sono presenti i martiri, coloro che la loro fede hanno pagato con la vita; qui sono presenti i santi, che hanno amato la Chiesa e dedicato alla vita al Vangelo».
La comunione dei santi è la cifra distintiva di questo come di ogni sinodo, meglio definibile come «una comunione dei Santi che ama questa Chiesa e intende offrire percorsi promettenti per il Vangelo oggi e nel futuro». Nell’aula sinodale entrano non solo le persone, ma anche le testimonianze drammatiche «di tante situazioni in cui la Chiesa soffre, si sente impoverirsi» a causa di vari fattori: se in Europa ad impoverire la Chiesa è il secolarismo, altrove sono le migrazioni determinate da persecuzioni, disastri naturali, condizioni socio-economiche molto difficili.
«Il messaggio evangelico, che dovrebbe essere un messaggio di gioia, è avvertito come una minaccia, un peso, una parola estranea alla vita», dice mons. Delpini senza giri di parole. La Chiesa è provata, ma continua la sua lotta nella storia confidando in Gesù, morto e risorto. Molto spesso, sostiene l’arcivescovo, i cattolici ricalcano il profilo dei delusi discepoli di Emmaus: conosciamo, però, quale sia la conclusione dell’episodio evangelico.
«Questa assemblea sinodale sente anche molto ciò che c’è interno, ciò che abbiamo sperimentato nelle nostre comunità. Si sono create delle attese. Le persone che hanno partecipato alla consultazione» attendono risposte alle proprie domande, ma anche chi non le ha formulate guarda al Sinodo con speranza o, in alcuni casi, persino timore. Questo esorta a «vigilare per non deludere la gente che aspetta una parola che incoraggi a vivere la fede e ad affrontare la complessità delle situazioni» che si possono riscontrare nella società contemporanea. Interloquendo con i parigrado ai tavoli dei circoli “minori”, come si chiamano i tavoli di lavoro allestiti nell’Aula Nervi, l’arcivescovo ha confessato la propria ignoranza «su come funzionano, per esempio, le Chiese orientali, spesso con faciloneria confuse con la Chiesa ortodossa o con Chiese “tutte uguali”, mentre ogni Chiesa ha una sua storia, una sua domanda e una sua aspettativa, attraversa spesso drammi propri». L’invito è ancora una volta a non disperare, ma a confidare nello Spirito Santo, pertanto si rinnova la richiesta di preghiere per il Sinodo. L’intenzione di preghiera si accavalla, in queste ore, agli appelli provenienti dalla Terra Santa, dove è riesploso ferocemente il conflitto israelo-palestinese: la Conferenza Episcopale Italiana estende a tutta l’Italia la giornata di digiuno e preghiera per la pace fissata dal Patriarcato di Gerusalemme il 17 ottobre.
Lunedì, 16 ottobre 2023






