Il Sinodo convocato per imparare a camminare insieme, verso la nuova evangelizzazione, lì dove il Signore ci ha messo
di Michele Brambilla
Si è nei giorni di chiusura del Sinodo sulla sinodalità. Mons. Mario Delpini si chiede, nella puntata del “diario dal Sinodo” del 26 ottobre, se «questo Sinodo nasce da una povertà, da un senso di disagio nei confronti del contesto contemporaneo, oppure da un’esuberanza del Vangelo, da un desiderio di missione». Per l’arcivescovo, si sono raccolti «segni dell’uno e dell’altro aspetto», pensando in particolare a quelli che oggi sono i contesti più difficili per la missione.
Ci sono, infatti, luoghi nei quali «il contesto è polemico e sospettoso verso la Chiesa e la circonda di tanti limiti, quasi temendo la sua presenza in mezzo al popolo», fino ai territori dell’indifferenza ostile, nei quali «la Chiesa è già classificata come anacronistica, proponente un’antropologia e un modo di leggere la società» che sono rifiutati dalla cultura dominante. Altrove si scorge, invece, «un desiderio condiviso di affrontare la corresponsabilità della missione, di dare buone notizie all’umanità, di fronte al gemito dei poveri, all’inquietudine dei giovani, alla sensazione di alcune categorie di essere poco ascoltate e addirittura escluse».
Sul punto le polemiche e il dibattito intra-ecclesiali sono molto vivaci, ma mons. Delpini non si addentra nei particolari. L’arcivescovo ricorda «che si tratta solo della prima sessione e le conclusioni si vedranno l’anno prossimo», ma il tempo intermedio può essere il momento di «esercitazioni di sinodalità» nelle comunità cattoliche. Lo dice con l’intentio dello scienziato, che si chiede «quale vantaggio porti il metodo sinodale per lo scopo della Chiesa, che è la missione», ribadisce con forza. «Nel contesto in cui la Chiesa si sente in difficoltà, circondata dal sospetto o dall’indifferenza, come la sinodalità può individuare strade per far arrivare alla gente ciò di cui ha bisogno» per conquistare sia la vita eterna che una vita migliore quaggiù? L’arcivescovo individua nella corresponsabilità la cifra dell’apostolato cattolico: se i non credenti ci vedranno uniti, lieti e fraterni, comprenderanno maggiormente quale Amore ci animi.
Il criterio dell’unità ecclesiale attorno alla Cattedra petrina è richiamato anche nel messaggio per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica. «Mi sembra suggestivo che il mio augurio venga da Piazza San Pietro, così cara a tutti noi cattolici», dove peraltro i docenti e gli studenti si sono ritrovati giusto a maggio per commemorare la beata Armida Barelli (1882-1952), tra i fondatori dell’ateneo milanese. «Dobbiamo essere grati del prestigio che l’Università Cattolica si è conquistata nel mondo, grazie alla sua autorevolezza e mostrando una evidente attrattiva. Abbiamo un nostro sistema culturale, e ne siamo fieri per il posto che ci viene riconosciuto. L’Università Cattolica è chiamata a riconoscere di avere qualcosa da offrire» al mondo della cultura, «incoraggia la ricerca, la didattica e l’organizzazione e incoraggia a offrire non solo erudizione, ma anche sapienza», ovvero conoscenza autentica delle cose alla luce dello Spirito Santo. Compito dell’Università Cattolica rimane quello «di offrire nell’ambito della scienza e della qualificazione professionale non solo competenza ma anche motivazioni per fare di questa competenza un servizio» nei vari ambiti di vita.
Lunedì, 30 ottobre 2023






