
di Michele Brambilla
Il 2018 non è un anno particolarmente agevole per parlare di politica in senso alto in una chiesa: da due anni a questa parte la contesa tra le parti si è molto inasprita (è tornato l’odio per il “nemico”) e pure alcuni sacerdoti usano toni molto violenti quando richiamano temi come l’immigrazione. Tuttavia il 6 dicembre, nella basilica di S. Ambrogio, l’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini non esita ad offrire un discorso alla città franco e accorato al tempo stesso.
In una Milano opulenta ed iper-tecnologizzata, ma incapace di dialogare in profondità, mons. Delpini invita coraggiosamente a ritrovare la capacità di pensare e meditare. “Siamo autorizzati a pensare. È questa la sostanza della riflessione che mi permetto di offrire alla città (…). È questo il percorso promettente che mi dichiaro disponibile a continuare insieme con tutti coloro che abitano in città e ne desiderano il bene”.
Per pensare e dialogare “ci vogliono molta pazienza, capacità di relazione, predisposizione all’empatia e alla comprensione, autocontrollo nelle reazioni, per portare alcune richieste a buon fine, mentre alle spalle premono impazienti molti altri che pure hanno diritto a essere serviti”. La nostra società è facile preda dell’individualismo isterico, che insegue unicamente le emozioni del singolo. “L’emozione non è un male, ma non è una ragione. Forse in questo momento l’intensità delle emozioni è particolarmente determinante nei comportamenti. Ciascuno si ritiene criterio del bene e del male, del diritto e del torto: quello che io sento è indiscutibile, quello che io voglio è insindacabile”.
Tra le realtà concrete e complesse che occorre affrontare con maggiore urgenza l’arcivescovo addita con forza la famiglia e la natalità, soffocate da una cultura ostile che si esprime anche in una burocrazia elefantiaca. “La normativa che impone adempimenti complessi offre appigli per quella litigiosità aggressiva e irrazionale che può esporre i responsabili a beghe interminabili. (…) Non servirà semplificare le procedure se perdura il sospetto sul cittadino come incline a delinquere” di fronte ad uno Stato che si auto-concepisce come perfetto, autosufficiente e in grado di determinare ogni aspetto della vita quotidiana.
Un suggerimento molto semplice può essere, per mons. Delpini, leggere all’inizio di ogni seduta del consiglio comunale uno dei principi primi della Costituzione del 1948. Sfuggendo alla retorica di chi ha trasformato (anche nella Chiesa!) la Carta in un feticcio, ammonisce che “il testo della Costituzione ci ricorda innanzitutto un metodo di lavoro, che vale anche per noi: le differenze si siedono allo stesso tavolo per costruire insieme il proprio futuro”, come accaduto nel dopoguerra.
Un metodo che augura anche all’Unione Europea: “credo che, quanto agli aspetti comuni di una visione di futuro, si possa convergere su quel cammino che porta a una convivenza pacifica e solidale e che intenda l’Europa come convivenza di popoli. (…) vogliamo dare volto all’Unione Europea dei popoli e dei valori”, non a quella della grande finanza, delle guerre commerciali sotterranee e delle lobby laiciste. rsocittà2018.jpg






