
di Michele Brambilla
Il 30 gennaio viene pubblicato il decreto, firmato dal servizio diocesano di pastorale liturgica, con il quale mons. Mario Delpini, in qualità di capo-rito del Rito ambrosiano, indica come si devono regolare i fedeli di fronte ai cambiamenti intervenuti nella liturgia latina dopo l’assemblea generale della CEI del 13-15 novembre 2018, in particolare sulla modifica del Padre nostro.
Durante l’assemblea si è infatti deciso di introdurre nella terza edizione del Messale Romano postconciliare in lingua italiana una traduzione della preghiera del Signore che è già in vigore, dall’Avvento 2017, nei Paesi francofoni e che prevede il passaggio da “e non ci indurre in tentazione” a “non ci abbandonare” per quanto riguarda il penultimo versetto del Pater noster.
La nota del servizio liturgico non intende soffermarsi sul dibattito esegetico in corso specialmente nei blog tradizionalisti, si limita a ricostruire l’iter della decisione episcopale e a raccomandare una certa prudenza nel “precorrere” i tempi. “Nella versione italiana della Bibbia, approvata ufficialmente dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nel 2008, la penultima richiesta del Padre Nostro suona così: «E non abbandonarci alla tentazione». Questa nuova versione, subito recepita dalla rinnovata edizione italiana del Lezionario Romano e del Lezionario Ambrosiano, non è ancora entrata nell’ordinamento romano e ambrosiano della Santa Messa in lingua italiana in attesa della nuova edizione del Messale Romano e del Messale Ambrosiano”.
La futura nuova edizione del Messale Ambrosiano comprenderà tutte le riforme, piccole e grandi, avviate nel 2008 dal card. Dionigi Tettamanzi. Nel frattempo, “dal momento che la preghiera liturgica è preghiera ecclesiale, destinata cioè a manifestare l’unità e la comunione di tutti i fedeli, a nessun singolo sacerdote e a nessuna singola comunità (parrocchia, comunità religiosa, gruppo, associazione, movimento, ecc…) è data facoltà di introdurre la nuova versione prima della promulgazione ufficiale del Messale rinnovato. Ciò infatti potrebbe alimentare inutili stridori sia all’interno delle comunità, sia tra le comunità” limitrofe.
Si preferisce quindi “(…) istruire i fedeli, dai piccoli ai grandi, insegnando loro la variante del testo e illustrando loro il significato del cambiamento annunciato, così che, al momento opportuno, siano pronti ad assumere con cognizione di causa e in un clima sereno il cambiamento”, prevenendo in anticipo le “frizioni” a livello popolare.
La nota parla esclusivamente del nuovo Padre nostro e non delle contemporanee modifiche al Gloria, con “(…) et in terra pax hominibus bonae voluntatis” che diventa “(…) e pace in terra agli uomini che Egli ama” al posto della versione letterale “e pace in terra agli uomini di buona volontà” fino ad ora cantata. Le nuove dizioni devono ancora essere sottoposte alla necessaria recognitio vaticana. Il precedente francese sarà dirimente anche nel caso del Gloria, dacché Roma non ha battuto ciglio di fronte a “et paix sur la terre aux hommes qu’il aime”.
Per i curiosi, nella chiesa del Pater Noster a Gerusalemme, c’è già ab illo tempore la traduzione in dialetto milanese, in cui si dice, testuali parole, “e tiròm no in tentazion”.






