
Nell’omelia per la festa del Corpus Domini, prendendo spunto dal Salmo 81 mons. Mario Delpini invita Milano a riaprire le orecchie alla parola del Signore, senza sconti per la “città bene”.
di Michele Brambilla.
La sera del 20 giugno, giovedì dopo la festa della SS. Trinità, l’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini presiede come tradizione la Messa e la processione del Corpus Domini. Invitate speciali le cappellanie etniche, specialmente quella dello Sri Lanka, a cui è affidato l’offertorio della celebrazione eucaristica. La processione si snoda dalla chiesa di S. Maria del Carmine fino all’Arena civica: la solenne benedizione eucaristica viene quindi impartita in un luogo volutamente “laico”, poiché essa è un messaggio di speranza rivolto a tutta la società civile milanese.
L’omelia di mons. Delpini è in effetti molto accorata nei confronti di tutta la cittadinanza. «Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie (Sal 81,14) è il sospiro di Dio che il salmista raccoglie. Mi azzardo a farmi voce anch’io del sospiro di Dio. Se tu ascoltassi la voce di Dio, città amata, benedetta, fiera, generosa! Se tu ascoltassi la parola della sapienza che viene dall’alto, città colta, esperta in ogni scienza, audace in ogni pensiero! Se tu ascoltassi la promessa del Padre, città intraprendente e creativa in mille progetti e smarrita sulla direzione promettente e sul fine ultimo!».
Sul banco degli imputati siede soprattutto la “Milano bene” dell’alta borghesia laicista, che ostenta spesso il proprio distacco dal “popolino”. Il discorso dell’arcivescovo non offre sconti né alibi all’elite cittadina. L’arcivescovo chiama per nome ciascuna delle categorie da cui queste elites sono composte: i grandi architetti, l’alta finanza, la ricerca farmaceutica sovvenzionata a suon di milioni, gli intellettuali e gli stilisti. Tutti sono invitati ad ascoltare il Signore, che parla anche attraverso la vox populi dei «quartieri squinternati»della periferia. «Forse si potrebbe condividere il messaggio della bellezza e la cura per un ambiente all’altezza della dignità della persona e un’autorizzazione ad avere stima di sé».
Mons. Delpini conclude la sua omelia osservando, ormai giunto all’Arena civica, che «abbiamo percorso alcune strade di questa città nostra e di tutti, offrendo all’adorazione il sacramento della Pasqua perché vogliamo condividere l’esperienza di essere perdonati, la grazia di avere una speranza di redenzione e di salvezza». E comincia una serie di dichiarazioni d’intenti molto impegnative: «vorremmo costruire insieme una città che sia come una dimora della speranza, non solo una organizzazione della convivenza. Vorremmo costruire una città che sia cammino, non solo residenza rassicurante. Vorremmo costruire una città che sia preghiera, non solo progetto e calcolo. Vorremmo essere testimoni di una speranza di vita eterna e non solo di tempi migliori». Il primo passo è proprio una preghiera corale, espressione di tutta la cittadinanza.






