La esprime con forza durante l’incontro del 25 giugno con gli amministratori locali residenti nella Zona pastorale VII. Spesso i sindaci devono affrontare molte contestazioni e leggi capestro, tuttavia sono ancora la parte dell’amministrazione pubblica a più diretto contatto con i cittadini.
di Michele Brambilla
Nel corso dell’anno pastorale 2018-19 l’arcivescovo di Milano ha voluto incontrare gli amministratori locali delle cittadine che compongono il tessuto “umano” dell’arcidiocesi ambrosiana a partire dal discorso alla città del 6 dicembre, nel quale mons. Mario Delpini ha invitato le parti sociali a rifiutare gli slogan ideologici e a sentirsi «autorizzati a pensare». Così fa anche il 25 giugno nel Centro civico “Sandro Pertini” di Cinisello Balsamo, nella Zona pastorale VII (Sesto S. Giovanni), affiancato dal vicario zonale don Antonio Novazzi e da Alberto Melzi (commissione Zona VII di pastorale sociale).
Il proposito di mons. Delpini è nientemeno che «la stima e il ringraziamento; la proposta di una ragionevolezza che spieghi il convergere delle Istituzioni – tra cui la Chiesa – verso il bene comune e un orizzonte per guardare al futuro con speranza, nel riferimento alla Carta costituzionale e all’Europa dei popoli». Introduce la serata il sindaco di Cinisello Balsamo, Giacomo Ghilardi, che a nome di tutti i colleghi presenti (alcuni neoeletti, essendo stati insediati dalle elezioni dello scorso 26 maggio) ringrazia l’arcivescovo con queste parole: «spesso le persone avvertono la politica lontana e ostile. Occorre accorciare le distanze ed essere amministratori con coscienza equilibrata, avendo a cuore il bene comune. Quando si amministra bisogna spogliarsi delle vesti di uomo di partito, solo così si può tornare a svolgere il servizio al cittadino», ma il contrappasso è una sorta di “solitudine” del “primo cittadino”.
L’arcivescovo coglie questo spunto per criticare ancora una volta «un modo» di porsi nella politica «che non aiuta a risolvere i problemi, essendo spesso ingiusto. Una contraddizione, oltretutto, perché in Italia molte cose sono organizzate bene, si hanno eccellenze a livello mondiale, eppure gli italiani continuano a lamentarsi». E mette subito in chiaro: «noi», nel senso di “noi cattolici”, «non amiamo la lamentela. Questa convocazione è per dire la mia stima e il mio apprezzamento per voi che vi siete rimboccati le maniche».
Il discorso prosegue confrontando la post-modernità con l’epoca delle ideologie, conclusa nel 1989. «Forse, in altri tempi, l’ideologia segnava un’appartenenza molto forte e l’opposizione un modo per rivendicare l’identità, ma ora mi pare che la contrapposizione non sia stimolante. Alleanza vuol dire stringere patti di stima e fiducia vicendevole per poter contribuire ciascuno, secondo le proprie competenze e risorse, al bene comune, che è il convivere fraterno e solidale, l’essere insieme». Infatti «ognuno può riconoscere che, anche a livello privato, è meglio aiutarsi che essere indifferenti, meglio stare insieme che da soli, e quindi le Istituzioni devono avere un disegno in vista di ciò». La Chiesa ha da proporre la via della koinonia evangelica, una visione del mondo, che è spesso quello che oggi manca perché ci si ferma all’emozione. «Essere autorizzati a pensare vuol dire ragionare su diritti e doveri, contrastando la reazione emotiva, di solito poco ragionevole, perché basata su una comunicazione che, spesso, alimenta generalizzazioni e rancore». Poiché però le realtà negative non possono essere considerate solo “fake news”, l’arcivescovo invita a trasformare l’utente degli uffici comunali in collaboratore, affinché costui non si senta schiacciato da una macchina burocratica impersonale e «[…] si senta aiutato ad aiutare» se stesso e il prossimo.






