
Ai suoi tempi, san Carlo utilizzò il metodo dei decreti disciplinari per donare al popolo ambrosiano un clero nuovamente coerente con quanto professato. Anche oggi, e forse più di ieri, la Chiesa deve rendersi “attraente” con una testimonianza limpida di Gesù Cristo.
di Michele Brambilla
L’omelia che mons. Mario Delpini propone a coloro che la sera del 4 novembre si recano in Duomo per la commemorazione solenne del compatrono di Milano, san Carlo Borromeo, è molto articolata, prende spunto dalla biografia del santo e analizza le differenze e le similitudini tra il suo (XVI sec.) e il nostro tempo.
Mons. Delpini focalizza anzitutto l’obbiettivo cardine di san Carlo: «la comunione ecclesiale condizione per la missione», minacciata dal Protestantesimo e dagli abusi che contaminavano sia il clero che lo stesso laicato. Il card. Borromeo perseguì questo obbiettivo emettendo numerosi decreti di riforma e controllandone l’applicazione nelle visite pastorali. «Alla nostra sensibilità contemporanea l’opera di Carlo Borromeo per l’unità della Chiesa può suscitare domande e dissenso: si ha infatti l’impressione che l’idea di unità della Chiesa di Carlo Borromeo coincidesse con l’idea di uniformità e tra gli strumenti per custodire questa unità avesse un peso sproporzionato la disciplina, la normativa, l’opera legislativa prodotta con abbondanza e fatte osservare con fermezza». Benché vi si intraveda il desiderio che tutti i milanesi si salvassero eternamente, è un metodo che non può funzionare nel mondo successivo al 1968, in cui l’obbedienza non è più una virtù e anche le leggi civili vengono irrise, quando non predicano esse stesse comportamenti immorali. «Ma noi non possiamo evitare di interrogarci sulle vie da percorrere oggi per raccogliere l’esortazione accorata di Paolo: “comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto… avendo a cuore di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 1,1ss)».
Come realizzare questa esortazione? Una via è ricordarsi che protagonista assoluto della missione non è il servo, per quanto bravo, ma il Signore. «Non siamo, non sono protagonista dell’opera che edifica la comunione ecclesiale. Mi mettono in imbarazzo alcune titoli quando ricevo complimenti, ma che sento come sproporzionati e che mi suonano come rimproveri. Non sono io, infatti, il Buon Pastore, ma è solo Gesù, solo lui può dare la vita, solo il dono della sua vita salva le pecore». Solo così si comprendono anche i richiami di san Carlo all’unità del presbiterio, che mons. Delpini ripropone con la medesima forza.
La disciplina però non basta: può essere priva di convinzione. Il mondo di oggi non attende nuovi “burocrati”. «È importante anche la disciplina. Ma io ritengo che sia più convincente l’attrattiva, la speranza condivisa, la persuasione che la comunione è irrinunciabile e che l’unità visibile tra le persone e le comunità sia uno spettacolo bello da vedere, convincente agli occhi degli uomini e delle donne del nostro tempo». Ad attirare le persone sarà ancora una volta lo “spettacolo” della santità, ovvero il volto di Cristo riflesso in quello della comunità dei suoi discepoli.
Lunedì, 11 novembre 2019






