
L’invadenza della tecnologia nei servizi sanitari rispecchia un’ottica meccanicistica. Occorre allora riscoprire la dimensione spirituale nella cura, vale a dire la complessità dell’uomo, che possiede, oltre al corpo, un’anima assetata di Dio.
di Michele Brambilla
L’arcidiocesi di Milano, tramite le sue istituzioni culturali, organizza un master che vuole mettere a fuoco «la spiritualità nella cura. Accompagnamento nel mondo della salute». Il convegno inaugurale del master è significativamente ospitato, il 12 novembre, dal governatore della Lombardia Attilio Fontana presso la sede della Regione, che riceve per questo il plauso di mons. Mario Delpini: «vi riconosco una disponibilità all’alleanza tra istituzioni. In particolare è un segnale incoraggiante constatare che l’istituzione che organizza e gestisce la sanità è sensibile alla domanda che questo convegno vuole affrontare: come ridare spazio alla dimensione spirituale nei percorsi di cura? La domanda», infatti, «nasce dal rischio che si avverte: lo sviluppo scientifico e tecnologico si presenta così intenso e promettente da indurre a ridurre la cura delle malattie a una impresa tecnica e a una procedura che applica protocolli» ad un uomo ridotto a “macchina”. In questo modo, però, «la persona malata rischia di essere lasciata sola nell’esperienza antropologica della malattia», salvo prospettargli insistentemente la falsa scorciatoia dell’eutanasia, una sorta di “rottamazione” degli individui non più efficienti secondo gli standard della cultura dominante.
L’arcivescovo puntualizza che «la spiritualità è quella dimensione che permette un approccio integrale alla persona malata: non una malattia, ma un malato, non un caso clinico, ma un nome, un volto, una storia che vive l’esperienza della fragilità, della precarietà, del dolore, del consegnarsi a un luogo, a un percorso di cura». Come osserva il card. Angelo Scola, anch’egli invitato al convegno, «già anni fa la Chiesa italiana ha recepito questo dato e ha accompagnato la parola “salute” alla parola “salvezza”, relativa allo scioglimento ultimo dell’enigma che è sempre l’uomo». L’uomo non è solo carne, e ritenerlo tale è stato uno dei più grandi disastri antropologici dell’età moderna. «Il concetto di cura, pur nei grandi progressi della scienza, non ha parola più bella e coerente che l’accompagnamento, perché l’io è sempre un essere in relazione».
Il Cristianesimo, ricorda mons. Delpini, lo ha sempre affermato e non ha mai ostacolato il progresso scientifico autentico. «La Chiesa cattolica è convinta che i grandi passi compiuti dalla ricerca scientifica e medica possano dare ancora più frutti se inseriti dentro un orizzonte di senso. Per questo la comunità ecclesiale è da tempo impegnata a rivisitare le proprie pratiche di assistenza religiosa», affinché risponda con maggiore chiarezza alle sfide antropologiche della Postmodernità. «In tutti» gli uomini, constata l’arcivescovo, «è presente e chiede di essere accompagnata per essere esperienza pienamente umana in cui emergono il bisogno di fraternità e di prossimità, la ricerca di assoluto e il desiderio di Dio». La dimensione spirituale è inestirpabile dal cuore umano. «Per questo motivo», sostiene mons. Delpini, «il convegno di questa mattina vuole essere una prima parola, un invito lanciato perché insieme tutta la società lombarda possa sviluppare riflessioni e pratiche sulla questione. Ne trarranno giovamento non soltanto le persone oggetto della cura, ma anche i tanti operatori che dedicano la loro vita alle persone malate e fragili».
Lunedì, 18 novembre 2019






