Il 19 novembre 1969, di fronte alla marea spersonalizzante del corteo studentesco stava un uomo con un’identità precisa, che ha dato la sua vita per una patria concreta in un mondo in cui si voleva abbattere ogni argine e si negava ogni paternità.
di Michele Brambilla
Milano ricorda il 50° anniversario di due tragedie che ne hanno indelebilmente segnato la storia: l’assassinio dell’agente del Terzo Reparto Celere Antonio Annarumma (1947-69), massacrato con una spranga durante una manifestazione studentesca (19 novembre 1969), e la strage di Piazza Fontana (il successivo 12 dicembre). Per entrambi gli anniversari è prevista una celebrazione eucaristica, presieduta dall’arcivescovo.
La Messa in suffragio di Annarumma è preceduta dallo scoprimento di una targa commemorativa da parte del sindaco Giuseppe Sala (18 novembre). Alla cerimonia laica interviene anche colui che all’epoca dei fatti era leader del Movimento Studentesco scaturito dal Sessantotto, Mario Capanna, che ribadisce la tesi sostenuta nel 1969: «se la Polizia non ci fosse stata, non sarebbe successo assolutamente nulla». Ergo, dopo mezzo secolo la colpa sarebbe ancora di Annarumma, che non doveva frapporre il suo corpo e quello dei suoi colleghi alla realizzazione dell’utopia rivoluzionaria.
Annarumma invece c’era perché doveva esserci. E’ questa la tesi di mons. Mario Delpini quando si reca il 19 novembre nella caserma dedicata al poliziotto, in via Cagni 21, per il rito religioso. «Ci sono quelli che di fronte alle responsabilità, ai pericoli, ai fastidi si tirano in disparte, si scusano con molti buoni argomenti, trovano modo di defilarsi, apprezzano i riconoscimenti ma si difendono dalle fatiche, preferiscono lasciare ad altri». Antonio Annarumma, secondo l’arcivescovo, era tra «“quelli che si fanno avanti”», che «sono quelli che hanno la persuasione che l’appello, la chiamata sia rivolta proprio a loro e rispondono: Egli si alzò e lo seguì. Non si guardano intorno per trovare qualcuno su cui scaricare l’impegno. Si fanno avanti» perché odono nella chiamata ricevuta un appello alla loro coscienza.
«“Quelli che si fanno avanti”», rincara infatti l’arcivescovo, «sono quelli mossi da una coscienza che trova pace solo facendo ciò che è giusto, non sanno mentire, non possono sopportare pretesti infondati per stare fermi, non possono ammettere che qualcuno paghi per le loro pigrizie o per la loro viltà». I poliziotti avevano il dovere di difendere Milano dalla violenza dei manifestanti e divennero il simbolo dell’ordine davanti all’orda del disordine, che pretendeva di non avere alcun argine davanti alle sue pretese.
«Noi vogliamo», allora, «ricordare oggi un uomo, un poliziotto, uno che si è fatto avanti. Ha fatto il suo dovere. Ma non è soltanto un esecutore, è un giovane che ha interpretato la sua vita come un servizio e si è fatto avanti». Di fronte alla marea spersonalizzante del corteo studentesco stava un uomo con un’identità precisa, che ha dato la sua vita per una patria concreta in un mondo in cui si voleva abbattere ogni argine e si negava ogni paternità.
Lunedì, 25 novembre 2019






