Il tradizionale discorso di S. Ambrogio quest’anno prende di petto l’emergenza demografica e la necessità di creare una cultura, ispirata all’umanesimo cristiano, impregnata di favor vitae.
di Michele Brambilla
«Io non sono ottimista, io sono fiducioso. Non mi esercito per una retorica di auspici velleitari e ingenui. Intendo dar voce piuttosto a una visione dell’uomo e della storia che si è configurata nell’umanesimo cristiano», afferma la sera del 6 dicembre mons. Mario Delpini all’interno di uno dei discorsi di S. Ambrogio più “diretti” che siano mai stati pronunciati. L’arcivescovo ha davanti a sé i rappresentanti di una Milano che lui stesso definisce «intraprendente», ma molto spesso condizionata dalla “cultura della morte” che disprezza l’uomo, considerandolo il primo problema del pianeta.
Per riscattarsi da tale cultura occorre, secondo mons. Delpini, riprendere coraggiosamente in mano il discorso degli incentivi alla natalità. «Una crisi demografica interminabile sembra desertificare il nostro Paese e ne sta cambiando la fisionomia. Le proiezioni sul domani sono allarmanti, sia per il mondo del lavoro, sia per la sostenibilità dell’assistenza a malati e anziani, sia per il funzionamento complessivo della società». È ora di riconoscere che «il futuro sono i bambini». Per avere un futuro come società italiana occorre incoraggiare concretamente le madri e attuare politiche che riducano il numero degli aborti. «Deve essere impegno di tutta la società aver cura che nessuna donna sia sola quando è in difficoltà, deve essere impegno delle comunità cristiane e di tutta la società che siano offerte alle donne, che vivono gravidanze difficili in situazioni difficili, tutte le premure possibili per trovare alternative all’aborto, una ferita che può sanguinare tutta la vita».
Questo significa ridare centralità alla famiglia naturale: «uomini e donne che si vogliono bene, che sono così liberi e fiduciosi da impegnarsi per tutta la vita, danno vita alla famiglia, quella cellula di cui la società non può fare a meno». La Chiesa fa da sempre la sua parte, ma anche «chi ha a cuore il bene comune non può sottrarsi alla responsabilità di prendersi cura della famiglia».
L’Europa sopravvivrà alla crisi identitaria se riscoprirà le sue radici culturali e le trasformerà nella risorsa principale del suo approcciarsi anche alle culture di chi è immigrato nelle nostre terre. Rivolgendosi al mondo del lavoro e del volontariato, specie ecologista, l’arcivescovo precisa che «lavoriamo per un’ecologia integrale che sappia considerare in armonia la dimensione ambientale, economica e sociale; promuoviamo un’ecologia culturale e della vita quotidiana. Ci appassiona la parola di Papa Francesco che, nella Laudato si’ (13,49), propone di ascoltare il grido dei poveri e della terra per assumere la responsabilità dell’ecologia integrale, per non contrapporre l’uomo all’ambiente, la cultura alla natura, l’attività produttiva al rispetto della terra». Il mondo ideologico vive di aut-aut perché non riconosce alcun Principio unificatore, mentre la sapienza cristiana invita a leggere nel creato un magnifico et-et, dono di Colui che fonda la vera fraternità tra gli uomini e l’autentica armonia con il mondo vegetale e animale.
Lunedì, 9 dicembre 2019






