La contemplazione della strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) assieme a quella dell’imminente Natale deve condurci a riconoscere che Dio agisce anche nei momenti più oscuri della storia, e spingerci a ritrovare la nostra vocazione di figli di Dio.
di Michele Brambilla
Il 12 dicembre consegna alla meditazione dei milanesi il 50° anniversario della strage di piazza Fontana. Nel 1969 esplose un ordigno nella filiale della Banca dell’Agricoltura che ha sede proprio accanto all’Arcivescovado, mietendo 17 vittime. L’allora arcivescovo, card. Giovanni Colombo (1963-79), esclamò nell’omelia dei funerali: «addio, vittime innocenti! La Madonnina, che dall’alto, inorridita, ha visto il vostro martirio, vi introduca maternamente nella festa eterna di Dio». Si veniva da due anni di violenza quasi ininterrotta nelle piazze (il Sessantotto), in cui i progetti eversivi e terroristici avevano trovato terreno fertile per il reclutamento, motivo per cui il card. Colombo volle anche condannare i “cattivi maestri” della gioventù: la memoria dei caduti dell’attentato «ispiri l’educazione delle nuove generazioni, facendo tacere lo pseudo-magistero di chi esalta ancora la violenza sopra la pace, la rappresaglia sopra la legge» (Voci e storia della Chiesa ambrosiana, vol. 2, pp. 418-19), come accadeva ormai ogni giorno nei licei e nelle università in mano ai “collettivi”.
Era allora un giovane studente pure l’attuale arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, come ricorda egli stesso in un’intervista radiofonica rilasciata nell’anniversario esatto della bomba: «il mio ricordo è attutito dalla distanza, e un po’ anche dal fatto che allora ero un giovane studente in Seminario, forse non così sensibile alla grande tragedia che Milano aveva vissuto allora». Tuttavia, «guardandola con uno sguardo di fede, guardandolo da lontano e non vedendola soltanto come una problematica sociologica […], possiamo riconoscere che anche nei momenti più oscuri della nostra storia la gran parte degli abitanti della città e della regione ha lavorato seriamente, si è lasciata interrogare, […] ha contrastato con determinazione l’assurdità del terrorismo ed è riuscita ad uscire fuori da questo momento terribile».
Per mons. Delpini «un anniversario può essere semplicemente occasione per una commemorazione, dare un segno di conforto ai familiari che piangono una vittima, ma è anche una occasione propizia per interpretare la città di oggi e immaginare la città di domani» su basi differenti rispetto ai semi piantati dal male. Possiamo allora dire ugualmente «benvenuto futuro!», perché «la nostra visione della storia non è fondata soltanto su ciò che è ragionevolmente prevedibile, ma anche su quanto Dio opera nel cuore dell’uomo e nella storia», anche nelle situazioni più difficili e nel deserto spirituale della Postmodernità, perché il mistero del Natale che come Chiesa ci apprestiamo a celebrare ci insegna uno sguardo più penetrante. «Dio si fa uomo proprio per insegnarci la via verso il domani, il futuro» di pace da Egli desiderato per le sue creature. La nostra realizzazione sta nel progetto del Padre su di noi. Nel ricordo di piazza Fontana mons. Delpini vede, allora, persino un richiamo vocazionale, che riguarda i singoli come la società nel suo complesso.
Lunedì, 16 dicembre 2019






