All’uomo che pensa solo al denaro, a chi pensa di non avere bisogno di un Salvatore, al neopositivista che coltiva la “religione della scienza”, mons. Delpini risponde con le braccia spalancate del Bambinello: «Il Verbo si fece carne».
di Michele Brambilla
L’omelia della Messa nella Notte di Natale, celebrata da mons. Mario Delpini in un Duomo di Milano stracolmo, inizia con un tono incalzante: «È inutile, fratelli e sorelle: invano nascondete la vostra tristezza. Si legge nella vostra fretta che state scappando da qualche cosa che vi angoscia. Si capisce dalla vostra avidità che avete un vuoto dentro, una fame che non si riesce a saziare. Il vostro smarrimento e le vostre incertezze rivelano che siete nelle tenebre».
Inizia così la descrizione delle tre tipologie umane che il mondo secolarizzato può offrire: c’è l’egoista/egocentrico ripiegato su se stesso («“Ho cose più importanti da fare stanotte. Devo custodire il gregge, devo curare i miei affari. La mia vita non dipende da un bambino deposto in una mangiatoia”»), il presuntuoso che si crede autosufficiente («“Non devo niente a nessuno, non ho bisogno di nessuno, non devo ringraziare nessuno. Non aspetto nessun salvatore. Non mi manca niente”») e la riedizione “stile XXI secolo” del positivista ottocentesco («“Abbiamo finito da un po’ di credere alle promesse. Siamo gente seria, razionale, scientifica. Non c’è nessuna salvezza. Per un po’ si vive e poi si muore: ecco tutto”»).
Tutti costoro credono di essere pieni, invece sono vuoti e sterili. Ma alla sterilità dell’uomo postmoderno, assicura mons. Delpini, si contrappone l’eterna giovinezza di Dio: «abbiamo bisogno di un pensiero audace», ed è quello che «il Verbo si fece carne: il senso del mondo e della vita è storia dell’Unigenito che abita tra gli uomini». Gesù non si propone come una risposta facile e immediata, come quelle che si possono trovare su internet: «[…] la gloria che rende partecipi della vita di Dio non è una risposta, ma una presenza, non è una soluzione ai nostri problemi, ma la prossimità, non è un evento grandioso, ma la condivisione della fragilità».
L’uomo postmoderno si reputa onnipotente, si circonda di strumenti che progetta per dare soluzioni pratiche il più velocemente possibile, invece, dice l’arcivescovo, «la grazia di diventare figli di Dio non opera nell’istante magico, ma nel libero conformarsi. Il tempo di cui abbiamo bisogno non è la parentesi delle feste per immaginare un mondo diverso dal quotidiano ordinario. Abbiamo bisogno, piuttosto di un tempo che si possa vivere come occasione per decidersi: scegliere di essere amorevoli, invece che egoisti; decidersi a servire, invece che pretendere di essere serviti, fermarsi a pregare con la voce dello Spirito il quale grida: “Abbà! Padre!” (Gal 4,6)». «Il credente», infatti, «non soffre il tempo come un logoramento che invecchia, ma come l’occasione di grazia per conformarsi a Gesù, per diventare figlio di Dio». Lo sguardo del Signore trasforma il “caos” in “cosmo”, ridà ad ogni cosa buona la sua giusta dimensione.
Lunedì, 30 dicembre 2019






