Per l’arcivescovo di Milano, che si sobbarca un viaggio in Perù per incontrarvi i preti ambrosiani fidei donum che vi operano e il clero locale, l’intero apparato della nostra arcidiocesi va ripensato in senso missionario.
di Michele Brambilla
Il 6 gennaio sera mons. Mario Delpini prende un aereo per il Perù, dove si reca per visitare le missioni rette da sacerdoti ambrosiani fidei donum e il clero autoctono. Il soggiorno peruviano dell’arcivescovo di Milano si prolungherà fino al 14 gennaio.
Molto importante la relazione che mons. Delpini viene invitato a tenere il 9 gennaio presso il seminario di Huacho: parlando al clero della diocesi latinoamericana, l’arcivescovo spiega qual è il futuro che attende la cura pastorale nell’arcidiocesi milanese. «La vita di un prete», dice infatti, «chiede di essere riformata. C’è la necessità di una riforma che non è una rivoluzione», perché “rivoluzione” significa «un’invenzione arbitraria», mentre il vocabolo «riforma dice che ci sono elementi culturali dei quali tenere conto nell’avviarla», come la tradizione bimillenaria della Chiesa.
Una volta posta la distinzione terminologica tra “riforma” e “rivoluzione”, mons. Delpini prosegue affermando che «la riforma significa rispondere alla domanda: cosa significa essere prete oggi? Anzitutto un prete ha il potere di consacrare, di perdonare e di condurre una comunità». Del resto, sono i munera essenziali del Sacramento dell’Ordine, da esercitare in stretta comunione con le altre componenti della gerarchia ecclesiastica. «Un sacerdote prima di un incarico ha una partecipazione, un’appartenenza, una direzione che lo precede. Più importante del mandato concreto» rivolto ad una specifica comunità. Se non sente cum Ecclesia travia lo stesso gregge affidatogli.
Tuttavia, nell’epoca che stiamo vivendo «un prete non va in una comunità per attenersi» semplicemente «a una tradizione» locale, fondata sui riti “atavici” che si ripetono sempre uguali a se stessi per la stretta cerchia dei cattolici praticanti, «ma una parrocchia è il segno che si apre a tutti e non si chiude in un gruppo di amici che cercano di andare d’accordo. La missione oggi si attua come dice Isaia nel Vangelo secondo Luca di oggi: il Signore mi ha mandato a proclamare ai poveri», che oggi sono soprattutto poveri in spirito.
Le energie dei preti ambrosiani, secondo l’arcivescovo, sono ancora troppo concentrate nella difficile gestione della complessa macchina organizzativa e burocratica che fin dal concilio di Trento (1545-63) regola la vita delle parrocchie e degli oratori. «In Italia i preti sono occupati per il 12% dei praticanti dimenticando tutto il resto» dei battezzati, che vengono toccati solo sporadicamente dalle iniziative parrocchiali e oratoriane. «Il prete» milanese del XXI secolo, invece, «deve trasformare la Chiesa in un atteggiamento di maggiore ed esplicita missionarietà», perché, sottolinea mons. Delpini, «in Europa abbiamo poca speranza e si pensa che si vive per morire, senza speranza nella vita eterna che dovremmo proclamare».
Il problema è quindi eminentemente culturale, ma spesso si pensa ancora di affrontarlo con le stesse strutture e i medesimi metodi pastorali dei tempi delle “adunate” di massa. Per mons. Delpini urge sia nei sacerdoti che nei laici ambrosiani un cambiamento radicale di mentalità, che valuti soprattutto la qualità della proposta educativa e spirituale della parrocchia.
Lunedì, 13 gennaio 2017






