I missionari ambrosiani sono un seme nelle terre peruviane, ma anche la Chiesa del Perù insegna qualcosa a Milano: la valorizzazione dei laici.
di Michele Brambilla
Mons. Mario Delpini rientra a Milano dal Perù il 14 gennaio. Nei giorni successivi don Maurizio Zago, responsabile dell’Ufficio missionario diocesano di Milano, che ha accompagnato mons. Delpini nel Paese latinoamericano, prova a stendere un bilancio del viaggio apostolico dell’arcivescovo nel corso di un’intervista pubblicata il 18 gennaio.
Secondo don Zago quella che è avvenuta è una “contaminazione reciproca”: «il sentimento con cui siamo partiti era semplicemente quello di andare a conoscere la situazione dei nostri preti che stanno vivendo là il loro ministero come fidei donum – sottolinea don Zago -. A un primo motivo di vicinanza e di conoscenza con loro, si è aggiunto anche il desiderio di incontrare i Vescovi che li hanno accolti, in una comunione tra Chiese che si aiutano nell’evangelizzazione».
Si è così scoperto «il radicamento dei nostri preti in questa terra di missione è vero e reale, nel senso che si stanno inserendo bene nella vita della Chiesa del Perù. Il desiderio di entrare in quelle comunità – certamente aiutandole con il contributo di esperienza che abbiamo e che la nostra Diocesi può donare – permette di condividere il cammino della Chiesa locale, attraverso la comunione con preti e laici che là vivono», fino a non vedere più alcuna differenza tra l’italiano e l’andino.
Il milanese porta con sé competenze acquisite in 1700 anni di storia diocesana, ma anche il cattolico peruviano è portatore di un’esperienza pastorale, spirituale ed umana significativa. La scarsità di clero ha obbligato, per esempio, le diocesi dell’America Latina a valorizzare maggiormente il contributo dei laici cattolici all’apostolato gerarchico. I missionari laici, che talvolta giungono in America con la propria famiglia al seguito, si inseriscono quasi naturalmente in un tessuto così strutturato. Don Zago ricorda l’esempio della famiglia Crespi, tutt’ora di stanza in Perù, a cui è nato recentemente un bambino, significativamente chiamato Diego, nome tipicamente ispanico e sottile allusione al beato Juan Diego (1474-1548), l’indio che nel 1531 vide la Madonna di Guadalupe. «Credo che sia molto importante, soprattutto in un contesto ecclesiale come è quello della Chiesa peruviana, dove sta crescendo la capacità di percepire che non è solo il sacerdote o il religioso ad amministrare la comunità, ma che anche i laici possono e devono avere una fattiva partecipazione. Devo anche notare – come hanno detto loro stessi -», ovvero gli evangelizzati, «che la nascita di Diego ha» persino «qualitativamente elevato il tipo di relazione con la gente locale: in qualche maniera li ha fatti sentire più vicini, più “famiglia” come loro». E sentenzia: «nell’ambito della loro presenza prevista per i prossimi tre anni, questo aspetto contribuirà certamente a rendere significativo l’apporto laicale» dato dall’arcidiocesi di Milano, nelle cui parrocchie, invece, fatica ancora a farsi strada una mentalità autenticamente missionaria che coinvolga il battezzato in quanto battezzato, cioè “missionario” per costituzione.
Lunedì, 20 gennaio 2020






