Un umanesimo, forgiato da secoli di Cristianità, che secondo l’arcivescovo può insegnare ancora qualcosa nel mondo di oggi se continua a mettere al centro la famiglia.
di Michele Brambilla
Il 28 gennaio mons. Mario Delpini è ospite del consiglio regionale della Lombardia, su invito dello stesso governatore Attilio Fontana. L’arcivescovo di Milano ringrazia subito tutti i componenti del consiglio, di cui loda la dedizione e la competenza.
La Lombardia rappresenta davvero un modello secondo mons. Delpini, ma il successore di S. Ambrogio ricorda che la sinergia tra autorità civili e religiose sul territorio lombardo non è affatto inedita. «Questo mio incontro», afferma infatti l’arcivescovo, «è reso possibile da una storia di ascolto e di collaborazione che lega le Regione come istituzione e la Chiesa cattolica di Milano e delle altre Diocesi, e che ha visto già i miei predecessori nel ruolo che oggi è chiesto a me», testimone di una secolare interazione tra le due sfere «[…] nell’educazione come nella cura delle fragilità, nell’attenzione ai più deboli».
Per questa serie di fattori, che garantiscono una singolare prosperità alla regione, mons. Delpini arriva a scomodare la definizione impegnativa di “umanesimo lombardo”: «l’umanesimo, cioè la visione dell’uomo, la configurazione dei rapporti sociali, la dinamica produttiva, l’organizzazione complessiva della convivenza, si è configurato nei secoli e negli ultimi decenni in particolare perché ha ricevuto, accolto, messo a frutto il contributo di persone che hanno trovato casa in Lombardia provenendo da tutte le regioni d’Italia e, in proporzione minore, da tutte le parti del mondo» senza che questi nuovi apporti modificassero i principi di fondo che reggono l’insieme.
«Quando lo sguardo e il pensiero percorre il territorio della Regione, ne resta incantato, per la sua bellezza, per la varietà del paesaggio, per la entusiasmante ricchezza delle attività, per l’indole dei suoi abitanti, operosi, ingegnosi, inclini alla solidarietà e all’intraprendenza, con una radicata fiducia nella provvidenza di Dio e una imprevedibile capacità di stupore, sotto un cielo così bello quando è bello». Proprio per questo è necessario, secondo l’arcivescovo, che la metropoli milanese non si trasformi in una delle tante “città globali” massificanti, che trasformano le loro periferie in dormitori anonimi. «La Regione Lombardia attira l’attenzione del mondo intero per la sua ricchezza», ma «non possiamo però ignorare il pericolo che la ricchezza comporta: diventa oggetto di un desiderio avido di possesso, diventa un idolo al quale sacrificare i principi dell’onestà, della legalità», peccati sociali che rispecchiano quelli in interiore homine.
La corruzione è un pericolo che deriva, infatti, dalla perdita dei riferimenti morali. «[…] una cittadinanza che vive nella confusione e che è indotta a ignorare la distinzione tra il bene e il male è facilmente incline a cedere alla tentazione dell’utile, del maggior profitto possibile, dell’avidità scriteriata». Ecco allora il richiamo dell’arcivescovo a rimettere al centro la famiglia naturale fondata sul matrimonio: «chi ha a cuore il bene comune non può sottrarsi alla responsabilità di prendersi cura della famiglia». Osserva che «appartiene allo spirito dell’umanesimo lombardo una forma di sussidiarietà tra società civile, comunità cristiana, amministrazione pubblica: in questa alleanza e integrazione troviamo fiducia per affrontare le sfide di oggi, talora drammatiche e complicate», tra le quali spicca certamente la crisi demografica.
«Il futuro», ammonisce mons. Delpini, «sono i bambini. Il futuro sono i ragazzi e i giovani che oggi vivono, crescono, studiano, sognano. L’accoglienza dei bambini, l’accompagnamento degli adolescenti, l’attraversamento dei momenti difficili della malattia e della vecchiaia, la solidarietà nei tempi di crisi sono come voci che invocano quella prossimità semplice e naturale, quei legami affidabili, quella storia di slancio e di quotidianità che è la famiglia».
Lunedì, 3 febbraio 2020






