«Inventate tante cose per dire che i cristiani non si lasciano abbattere, hanno fiducia in Dio, credono nel buon senso e nel rispetto delle norme, ma allo stesso tempo custodiscono un fuoco che continua ad ardere, a dare luce, un senso di appartenenza e di gioia».
di Michele Brambilla
La riapertura al pubblico del Duomo di Milano il 2 marzo, benché solo ad un gruppo contingentato di turisti, sembrava preludere ad un progressivo ritorno alla normalità anche dal punto di vista liturgico e pastorale. Quello stesso giorno i vescovi lombardi si sono riuniti fiduciosi a Caravaggio in seduta straordinaria, sperando nella possibilità di ristabilire almeno le Messe feriali. Tuttavia la lettura del decreto del Consiglio dei Ministri del 1 marzo non ha lasciato aperto alcuno spiraglio, pertanto ci si è mestamente avviati verso la seconda settimana di “stop” alle celebrazioni con il popolo e alle normali attività pastorali.
Non resta che pregare per la cessazione del contagio da coronavirus: «In ordine alla celebrazione dell’Eucaristia», ribadiscono i vescovi, «il nostro desiderio più profondo era e rimane quello di favorire e sostenere la domanda dei fedeli di partecipare all’Eucaristia. […] Affidiamo le comunità diocesane, con un particolare pensiero a quelle più provate, ai malati e colpiti dalla calamità in atto, all’intercessione materna e confortante di Maria, la Vergine venerata a Caravaggio». Le singole comunità si organizzano: oltre alle numerose dirette streaming, c’è chi si turna in chiesa per non lasciare mai solo il SS. Sacramento, chi si dà appuntamento per pregare il Rosario, ma anche chi espone sull’altare le reliquie dei santi che hanno protetto il paese nel corso delle epidemie dei secoli passati. L’assenza di celebrazioni pubbliche e il perdurare della chiusura anche degli spazi all’aperto degli oratori mettono, però, a dura prova i nervi dei fedeli cattolici, che alla lunga cominciano a manifestare in vario modo dolore ed impazienza.
Mons. Mario Delpini decide allora il 5 marzo di pubblicare un videomessaggio rivolto «[…] a preti, religiosi e diaconi», che portano tutto il peso della cura pastorale. «Desidero dirvi alcune cose: la prima è la mia ammirazione» perché «sento che siete vicini alla gente, che siete desiderosi di far giungere a tutti una parola o una presenza amica, una celebrazione del mistero di Dio». Come riconosce l’arcivescovo, «[…] voi siete impazienti di fare qualcosa, insofferenti delle limitazioni che rendono un po’ desolata la nostra vita pastorale». Mons. Delpini comprende e condivide questi sentimenti. «La seconda parola è», tuttavia, «un’esortazione a recepire le limitazioni che sono indicate dalle autorità competenti con quella disponibilità che ha a cuore il bene comune». Nel frattempo, «inventate tante cose per dire che i cristiani non si lasciano abbattere, hanno fiducia in Dio, credono nel buon senso e nel rispetto delle norme, ma allo stesso tempo custodiscono un fuoco che continua ad ardere, a dare luce, un senso di appartenenza e di gioia».
L’arcivescovo consiglia, per esempio, di valorizzare lo scampanio di mezzogiorno nei giorni festivi come segno di festa in queste settimane tristemente “vuote”, come suggerisce in un messaggio per i fedeli laici. Ad essi dice: «vorrei incontrarvi nelle vostre case, stringervi la mano, bere con voi un caffè». È un modo per rendersi prossimo in prima persona. «Impariamo ad affrontare la tribolazione» di questi giorni «come occasione d’amore», di vicinanza concreta ed operosa ai nostri fratelli.
Lunedì, 9 marzo 2020






