«La nostra sensibilità, la nostra psicologia, la nostra fisicità rimangono straziate per i gesti mancati», tuttavia «la nostra fede, la nostra esperienza della vita e della morte di Gesù offrono la consolazione che apre alla speranza».
di Michele Brambilla.
C’è chi non ce la fa. All’alba del 20 aprile mons. Mario Delpini viene raggiunto, come tutta l’arcidiocesi, dalla notizia del suicidio di don Diego Pirovano, responsabile del servizio diocesano per le coppie separate. Il sacerdote si è gettato nel cortile della canonica in cui risiedeva, presso la parrocchia SS. Marco e Gregorio in Cologno Monzese.
L’arcivescovo scrive nel messaggio di cordoglio: «la sua storia personale e familiare, segnata da eventi drammatici, la morte della mamma, questi giorni di isolamento e di trepidazione per l’epidemia, possono aver contribuito alla decisione, che resta inspiegabile e sconcertante. Non mi sembra rispettoso indagare con curiosità morbosa, nell’intimità, per altro insondabile, di un confratello che abbiamo apprezzato per le sue qualità e per il suo ministero».
Proprio nelle stesse ore mons. Delpini pubblica un videomessaggio nel quale tratta il grande problema della celebrazione delle esequie, in un momento nel quale le misure sanitarie impediscono la ritualità tradizionale. «Abbiamo bisogno di gesti, non solo di corpi», proclama con decisione l’arcivescovo dal sagrato del Duomo: «i corpi sono quello che resta di persone dopo che l’anima, la vita è stata trasfigurata in una dimensione che non sappiamo; i corpi sono la materia che ha i tratti delle persone ma nasconde ormai le persone e il loro mistero; i corpi sono quel composto di chimica, di materiali, di componenti disponibili per degenerare e per diventare altro», ma sono parte integrante della persona umana.
La “fisicità” dell’uomo è ineludibile: «noi abbiamo bisogno di gesti, cioè di relazioni, di abbracci, di carezze, di sguardi e di parole. Abbiamo bisogno di gesti, di stare vicini anche senza dire niente, di guardare negli occhi anche quando gli occhi sono persi, di avvicinarci per dire le parole che non abbiamo mai detto, per piangere le lacrime che non abbiamo mai pianto, per offrire e chiedere il perdono di cui noi soli conosciamo il perché, per dire una preghiera tenendosi per mano». Proprio per questo, la norma del decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri che impedisce la celebrazione dei funerali è una delle più difficili da sopportare per chi ha la sventura di perdere un parente o un amico in questa particolare circostanza. Dio stesso, ricorda l’arcivescovo, nel suo Figlio Gesù non è voluto rimanere puro spirito: «“Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue”. Altri segni, altri corpi, altri gesti. Il pane non è più solo pane: è cibo che trasforma i molti in un solo corpo, è gesto della consegna di sé fino al compimento».
Mons. Delpini è consapevole del dolore ulteriore che arreca alle famiglie il non poter congedarsi dai loro cari come si deve a battezzati cattolici: «la nostra sensibilità, la nostra psicologia, la nostra fisicità rimangono straziate per i gesti mancati», tuttavia «la nostra fede, la nostra esperienza della vita e della morte di Gesù offrono la consolazione che apre alla speranza: non solo il conforto palliativo delle condoglianze, non solo il gesto compensativo di qualche supporto psicologico. La consolazione della speranza è quel dono del corpo di Gesù nel pane che spezziamo: il vero corpo per una vera comunione» che valica i confini del tempo e dello spazio.
Sarà quindi fondamentale riprendere al più presto la celebrazione dei funerali in forma completa, così come tutte le altre celebrazioni. In vista della “fase 2”, l’arcidiocesi di Milano interpella tutto il popolo ambrosiano, sollecitando anche i laici a fornire pareri e suggerimenti, che devono essere spediti all’indirizzo fase2@diocesi.milano.it.
Lunedì, 27 aprile 2020






