«La questione si pone in modo drammatico in questo sconcertante Primo Maggio», nel quale l’Italia si appresta a ripartire intravedendo i costi sociali della pandemia. Proprio per questo, viene consacrata al Cuore immacolato di Maria.
di Michele Brambilla
La sera del 30 aprile va in onda una Veglia per il lavoro videoregistrata dall’arcivescovo di Milano. Mons. Mario Delpini non nasconde le circostanze davvero particolari nelle quali ci si ritrova quest’anno a pregare per i lavoratori. La pandemia sembra rallentare e a partire dal 4 maggio molti italiani cominceranno ad uscire di casa per recarsi al lavoro, ma quello che si intravede al di là dell’emergenza desta altre preoccupazioni.
L’arcivescovo sceglie allora di leggere Apc 18,9-24, che contrappone frontalmente “Babilonia”, la città del peccato, alla Civitas Dei, la civiltà costruita sul Vangelo: «si confrontano due città: Babilonia, l’arrogante prepotenza, la dimora gaudente che si compiace di quanto gli procura la sua intraprendenza senza scrupoli, la città che precipita disastrosamente; e Gerusalemme, la città santa, splendida e sicura, risplendente non di una propria gloria, ma della gloria di Dio, solida perché fondata sulla storia della fedeltà di Dio alla sua alleanza». Ritiene, infatti, che l’uscita dalla “fase 1” richieda un discernimento che potremmo definire agostiniano (De Civitate Dei): «quale città vogliamo costruire? La questione si pone in modo drammatico in questo sconcertante Primo Maggio».
Nessuno, avverte mons. Delpini, può derogare alle nostre scelte come singoli e come società. «Alziamo», allora, «lo sguardo verso la città promessa, verso la rivelazione di una alternativa alla tirannide di Babilonia. Anche se tutti vogliono convincerci a una ossessiva concentrazione sull’emergenza, quasi a predisporci alla resa, quasi a convincerci che, quando poi si riprende il lavoro, bisogna lavorare a qualsiasi condizione, quasi ad alimentare la rabbia e lo scoraggiamento, noi alziamo lo sguardo», perché «c’è una possibile alternativa, c’è una città in cui si vive non per accumulare profitti, ma per far risplendere la gloria di Dio, cioè l’amore che rende capaci di amare». La Chiesa, popolo in cammino dietro al Suo Signore, sa resistere alle tentazioni: «la forza della resistenza viene dall’essere insieme. L’insistenza sulle dodici porte, i dodici angeli, le dodici fondamenta, i dodici apostoli mette in evidenza l’insieme, la compattezza del popolo e la completezza del disegno. Nell’appartenenza convinta al popolo di Dio in cammino nella storia, è possibile la perseveranza che affronta le sfide e non si lascia abbattere dalle sconfitte».
Ecco perché, la sera dello stesso 1 maggio, la Chiesa italiana nel suo complesso si riunisce idealmente nel santuario mariano di Caravaggio. Ai piedi del solenne altare maggiore, davanti alla statua della Madonna, che apparve nel 1432 all’umile Giannetta (una contadina del posto), il vescovo di Cremona mons. Antonio Napolioni affida a Maria l’intera Penisola.
Nella “fase 2” l’Italia ha bisogno di speranza, la speranza teologale. A partire dal 4 maggio è già possibile celebrare, a determinate condizioni, i funerali in chiesa. Per le altre celebrazioni liturgiche le trattative sono ancora in corso. Qualcuno (la Fondazione Oratori Milanesi) comincia a cercare delle soluzioni anche per gli oratori.
Lunedì, 4 maggio 2020






