Mons. Delpini visita tre oratori che hanno deciso di tentare una via inedita per realizzare l’esperienza di sempre.
di Michele Brambilla
Quest’anno non è stato possibile realizzare l’oratorio estivo “classico” a causa del coronavirus. I vescovi lombardi hanno comunque ideato un “brand”, Summerlife, che intende uniformare le esperienze sorte in molte parrocchie per ottemperare alla mancanza di quello che a Milano è una vera e propria “istituzione”. Secondo il direttore della Fondazione Oratori Milanesi, don Stefano Guidi, più della metà degli oratori ambrosiani si sono attivati per accompagnare almeno un numero contingentato dei propri ragazzi in questa estate così diversa dalle altre, non lesinando intese con associazioni e autorità civili. Il vicario generale dell’arcidiocesi, mons. Franco Agnesi, precisa con una nota che le iniziative pensate per i ragazzi negli spazi oratoriani devono avere contenuti inequivocabilmente cattolici.
Il 30 giugno mons. Mario Delpini visita gli oratori delle parrocchie milanesi di S. Ignazio di Loyola e di S. Leone Magno, per poi portarsi a Sesto S. Giovanni presso l’oratorio S. Giovanni Bosco. Sacerdoti, educatori e volontari sono infaticabili e felicissimi di poter dare una mano anche in questa occasione. L’arcivescovo si sistema a bordo campo e osserva i giochi dei ragazzi: «questa è la caratteristica dei nostri oratori: inventare sempre qualcosa perché tutti possano avere un luogo sicuro dove poter avere la gioia di trovarsi, con il desiderio di costruire qualcosa di buono» che venga incontro alle esigenze della comunità. «In questo 2020, i ragazzi sono più trattenuti del solito» e anche i genitori lasciano i figli in oratorio con una certa apprensione, ma per mons. Delpini «è giusto, ed è conseguenza delle cautele necessarie, ma si vede che sono contenti. Tutto questo è promettente, considerando che c’è ancora tanto da sperimentare e da vivere» in vista della ripresa delle attività consuete e della scuola a settembre.
Il brano biblico che guida la riflessione dell’arcivescovo è l’episodio del centurione di Cafarnao (Lc 7,1-10), da cui ricava «il soldato romano che sorprende Gesù per la sua fede. L’azzurro del cielo colora anche le montagne, colora anche la terra. Ho scelto questa immagine per spiegare il mio motto, “La terra è piena della gloria di Dio”», che cita come esortazione alla speranza. Per mons. Delpini la gloria di Dio «è l’amore che rende capaci di amare, come Gesù ci ha comandato. In qualsiasi posto della terra questo amore di Dio c’è», sebbene sia più difficile vederlo mentre intere nazioni, da una parte all’altra del globo, stanno facendo i conti con i danni provocati dalla pandemia. L’arcivescovo allora esorta: «pensate alla fede straordinaria del centurione. La gloria è la presenza dell’amore che è dentro ciascuno di noi. Quando sentite qualcuno dire che va tutto male, voi dite: “invece di lamentarti non potresti accorgenti che la terra è piena della gloria di Dio, l’amore che rende capaci di amare?”».
La lamentela va sostituita con la preghiera fiduciosa: «la preghiera, poi, è un dialogo con le tre domande più importanti della vita, gli interrogativi che hanno tutti. “Che senso ha la vita? Come si fa a pregare? Che cosa devo fare, quale è il mio compito?” Quindi, parla del senso dell’esistenza, del rapporto con Dio, della vocazione», abbraccia tutta la persona e la proietta verso il Cielo. Allora anche le cose della terra appariranno diverse.
Lunedì, 6 luglio 2020






