Mons. Delpini esalta l’intraprendenza del bene di Milano, ma mette in guardia dalla tendenza al malumore, immagine della necrosi che attraversa la cultura contemporanea.
di Michele Brambilla
A tre anni dalla nomina ad arcivescovo di Milano, il 7 luglio mons. Mario Delpini rilascia un’intervista al programma televisivo La Chiesa nella città. L’intervista nell’anniversario esatto è, ormai, un appuntamento costante, che intende tracciare una sorta di bilancio annuale dell’operato di mons. Delpini.
L’arcivescovo ammette: «è difficile fare dei bilanci: non ho il tempo di fare riflessioni approfondite e, forse, questa sospensione dovuta alla pandemia ha un po’ confuso ciò che stiamo facendo e dove stiamo andando». Il coronavirus ha sconvolto i progetti pastorali predisposti a settembre, non solo a livello diocesano, ma anche nelle comunità più piccole, costringendo tutti a fare i conti con misure sanitarie e di distanziamento sociali inimmaginabili prima del “fatale” 21 febbraio, quando fu scoperto il primo caso di Covid-19 a Codogno e, nel giro di due giorni, furono imposte dalle autorità civili le prime limitazioni alla libertà individuale, alle attività associative, agli eventi pubblici e alle celebrazioni liturgiche.
Mons. Delpini continua, però, ad avere uno sguardo sereno sulla realtà e ad infondere fiducia: «certamente alcune insistenze ed esperienze mi hanno molto segnato. Ad esempio, l’insistenza ad alzare lo sguardo, a cercare Dio, a guardare alla Madonnina come alla Donna che invita alla fiducia e a fidarsi di Dio. L’invito alla speranza: guardare a Dio come a Colui che ci promette una vita buona» se seguiamo i Suoi insegnamenti.
«Mi ha particolarmente impressionato la grande generosità, la grande intraprendenza del bene che ho trovato a Milano», nel suo mondo associativo e nella rete delle parrocchie. Mons. Delpini afferma che i milanesi stessi sono molto generosi: «è veramente stupefacente il tanto bene che si fa nell’arcidiocesi di Milano, quante persone si fanno aventi per dire “ci sono, se c’è bisogno. Mi metto a disposizione”».
L’arcivescovo contesta al suo gregge anche qualche difetto: «sono tanti i problemi che abbiamo, ma quello che mi colpisce di più e che mi sembra il meno giustificabile è il “malumore”, che si trasforma nel discorsi quotidiani nel “grigiore permanente”» che contrassegna il pensiero dominante della nostra società, dall’intellettuale all’ultimo grido al più umile cittadino della periferia urbana. Una sorta di “necrosi” che deriva da un radicale pessimismo antropologico, nascosto sotto la patina falsamente ottimistica dell’ideologia del progresso, messa ulteriormente in crisi dagli effetti economici e sociali della pandemia.
Mons. Delpini invita i cattolici a combattere esplicitamente questo pessimismo diffondendo attorno a loro la speranza cristiana: «penso che la presenza dei cristiani abbia come responsabilità far presente le “buone ragioni” della gioia e irradiare questa gioia», che viene ovviamente dalla presenza viva di Cristo nella Sua Chiesa.
Lunedì, 13 luglio 2020






