Il card. Angelo Scola viene intervistato in occasione del suo 50° anniversario di ordinazione sacerdotale ed esorta a rimanere «Chiesa di popolo» con il pensiero di Cristo.
di Michele Brambilla
Il 19 luglio Avvenire e, nelle ore successive, il sito ufficiale dell’arcidiocesi di Milano riportano un’intervista all’arcivescovo emerito, il card. Angelo Scola, in occasione del 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Come ricorda lo stesso cardinale, fu ordinato sacerdote a Teramo il 18 luglio 1970, al termine di un percorso spirituale molto stimolante, sebbene un po’ accidentato: «anzitutto, a 18 anni, l’incontro con la realtà creata da don Luigi Giussani che mi ha strappato dall’intorpidimento della vita cristiana, avvenuto in me per quello che chiamerei un “sogno” di carattere politico e di giustizia, pur importante. Da quell’incontro ho invece còlto la necessità del nesso tra l’avvenimento di Cristo e la totalità dei fattori del reale, ossia che tutti gli elementi del reale potevano, nella prospettiva di questo legame, essere vissuti in una maniera diversa. […] Devo anche ricordare i momenti di prova, come quello vissuto con la scelta di cambiare diocesi nell’itinerario di preparazione al sacerdozio» perché a Milano non gli veniva concessa l’anticipazione del suddiaconato, che gli avrebbe garantito l’esenzione dal servizio militare. Per il giovane Scola fu un dolore immenso, dato il suo profondo attaccamento all’arcidiocesi ambrosiana, ma fortunatamente Dio scrive dritto sulle righe storte.
La passione per la realtà nella sua concretezza lo porta ad esprimere giudizi molto lucidi sulla nostra contemporaneità culturale ed ecclesiale. Interpellato ancora una volta sulle polemiche intra-ecclesiali, specie nei confronti di Papa Francesco, afferma: «è un segno, secondo me, di contraddizione molto forte e denota appunto un certo infragilimento del popolo di Dio, soprattutto della classe degli intellettuali. È un atteggiamento profondamente sbagliato perché dimentica che “il Papa è il Papa”». Il card. Scola non condivide neppure le polemiche che si sono scatenate attorno all’atteggiamento della Chiesa di fronte alla pandemia: questa Pasqua in quarantena «è stata certamente un’occasione per renderci conto che l’Eucaristia è così imprescindibile che quando, per motivi indipendenti da noi, viene meno, si indebolisce la sostanza della fede. È sbagliato pensare che la pandemia sia un castigo di Dio, ma non dobbiamo credere che Dio non ci stia chiedendo qualcosa».
Quel qualcosa è la constatazione che bisogna rimettere il Signore, eminentemente presente nell’Eucaristia, al centro della nostra vita sociale: «rendersi conto di questo è l’augurio che faccio anche alla nostra grande Chiesa ambrosiana», che «nelle sue radici è ancora una Chiesa di popolo, anche se, certo, potrebbe non restarlo ancora per lungo, se noi cristiani non ci disponiamo a una conversione quotidiana» al pensiero di Cristo, come il card. Scola ha ripetutamente invitato a fare nel corso del suo episcopato milanese.
Ad ogni modo, «resta il dato della grande ricchezza della Chiesa ambrosiana che continua: lo si vede bene anche con l’arcivescovo Mario, capace, come Ambrogio, di coniugare in maniera limpida, adeguata e rispettosa, la dimensione religiosa con la dimensione civile», come è stato evidente anche in occasione dell’epidemia.
Lunedì, 27 luglio 2020






