L’alleanza con Dio e l’amicizia spirituale sono possibili anche nei rapporti tra le autorità.
di Michele Brambilla
Mons. Mario Delpini si reca (lo scorso 24 luglio) alla clinica Humanitas per inaugurare, assieme all’assessore regionale Giulio Gallera, un nuovo reparto per le emergenze, chiamato non a caso «Emergency Hospital 19», chiara allusione al Covid-19. Il coronavirus ha perso mordente, perlomeno in Lombardia, ma nel mondo fa ancora paura.
Come afferma l’arcivescovo, «la preghiera di benedizione significa la consapevolezza che abbiamo bisogno di un’alleanza, non solo fra noi e fra le Istituzioni, ma con Dio», affinché la nostra speranza abbia un fondamento certo e sicuro. «Da credenti riteniamo che solo questa sia l’alleanza che salva e che rende possibile tutte le altre che hanno contribuito a quest’opera di cui possiamo andare fieri». Mons. Delpini non dubita, infatti, che tutti abbiano fatto del loro meglio nei frangenti della pandemia: «possiamo ammirare la molteplicità delle competenze, la rapidità dell’esecuzione, la lungimiranza della tecnologia e della previsione. Di tutto questo siamo grati, ma, insieme, dobbiamo riconoscere che abbiamo bisogno di una benedizione più affidabile, di una presenza più certa, della Potenza che salva». E aggiunge: «ascoltando gli interventi e la drammaticità delle testimonianze, mi sono confermato nell’idea che la sapienza viene dalle nostre sconfitte, prima che dalle nostre ambizioni. Possiamo dire che l’umanità è stata sconfitta dal virus», nel senso che l’uomo, specialmente l’uomo occidentale, imbevuto di ideologia neo-positivista, ha dovuto riscoprire la virtù dell’umiltà. Riecheggiando il motto episcopale di san Carlo Borromeo (1538-84), l’arcivescovo suggerisce ai presenti: «il desiderio è di rimanere sempre in quella “humilitas” – nella consapevolezza dei nostri limiti – che ci permette di avere il coraggio di guardare oltre invece che rassegnarci».
Il 29 luglio, giorno del suo 69° compleanno, mons. Delpini ripete i medesimi suggerimenti alle monache benedettine di Milano, affidandosi ancora una volta al suo talento narrativo: «sulla cucina di Marta non c’era discussione. Tutti erano d’accordo che fosse la migliore di Betania» perché aveva un “ingrediente segreto”, ma quando le capitò di ospitare Gesù con i suoi discepoli l’ansia da prestazione glielo fece dimenticare. Scoprì così, dice l’arcivescovo, che si trattava di un ingrediente di tipo teologale, la presenza stessa di Dio in ciò che si fa: «quando la torta di Marta fu portata in sala e si fecero le porzioni, si realizzò un’altra volta il miracolo della cucina di Betania e fu regalata ai commensali l’esperienza della amicizia spirituale. Questo era infatti il profumo o il clima che creava la combinazione degli ingredienti: quell’amicizia che condivide l’intima partecipazione ai doni dello Spirito».
A domanda diretta di una giornalista, mons. Delpini risponde molto chiaramente: «ci sono fattori storici molto sedimentati che non rendono così ovvia la collaborazione, l’alleanza, ma noi scommettiamo che le persone sono fatte per andare d’accordo, che le istituzioni sono fatte per costruire assieme». Riconosce che «è una scommessa, non una ricetta e neanche un destino, quindi dobbiamo sceglierlo. Credo che quando si sceglie» di collaborare «si ottengano risultati che incoraggiano a ritentare sempre».
Lunedì, 3 agosto 2020






