Mons. Delpini è molto preoccupato per l’emergenza spirituale e culturale che la pandemia sta determinando: ne fa oggetto di una nuova lettera pastorale e della Settimana dei centri culturali cattolici di Milano.
di Michele Brambilla
Esce nelle libreria la lettera pastorale di mons. Mario Delpini per il tempo di Avvento, Il Verbo entra nella storia. Il tempo ospita la gloria di Dio, nella quale l’arcivescovo richiama l’attenzione dei fedeli sugli aspetti spirituali, pastorali e culturali della pandemia che stiamo vivendo, approfittando del fatto che «l’Avvento è il periodo dell’anno che suggerisce di riflettere sul tempo, sulla dimensione temporale della vita umana. È una riflessione che contribuisce alla saggezza in molte esperienze culturali, anche se in modi diversi»: Dio non si estranea dalle vicende umane, ma desidera farne parte, donare ad esse una parola salvifica.
Il cattolico incontra Dio soprattutto nella preghiera: «dobbiamo sempre di nuovo imparare a pregare nella liturgia: l’ascolto della Parola, la comunione che si compie nell’Eucaristia, il contesto comunitario di incontro, canti, parole, insomma tutti gli aspetti della celebrazione richiedono di essere curati» in un contesto in cui i protocolli “sfigurano” buona parte della ritualità tradizionale, ma occorre anche testimoniare con coraggio la “civiltà dell’amore”, che si contrappone con la sua fecondità alle tendenze di morte della cultura postmoderna: «[…] i cristiani professano e praticano l’amore che dura: il nome cristiano del tempo è fedeltà; il nome cristiano della libertà è la decisione di amare e il compito degli educatori è seminare la rivelazione del senso» in un mondo smarrito.
L’arcidiocesi di Milano promuove in questo contesto la Settimana dei centri culturali cattolici, che va dal 23 al 29 novembre. L’arcivescovo registra un messaggio nel quale ribadisce che ci troviamo di fronte ad un’emergenza spirituale, che va combattuta con le armi della preghiera e della cultura autenticamente cattolica. «Le iniziative proposte, il collegamento tra i diversi centri culturali mi sembrano le condizioni per affrontare una questione che mi sta molto a cuore: ritengo che in questa situazione di emergenza sanitaria e sociale non sia da sottovalutare quella che chiamo l’emergenza spirituale, cioè […] che tutto questo insistere dei mezzi di comunicazione su un tema, spesso su un particolare di questo tema, inaridisce le anime, nel senso che soffoca l’umano, lo riduce ad un problema di programmi, di protocolli, di dissensi dalle scelte fatte» e «[…] perciò non c’è più spazio per quella ricchezza dell’umano che, invece, ci sta a cuore» come credenti in un Dio che si è fatto uomo. La Chiesa, secondo mons. Delpini, deve tornare a gridare che «l’umano non è semplicemente un fisico da curare quando è malato, o una massa da disciplinare […]: è il gusto per ciò che rende umana la persona, quindi il pensiero, l’affetto, il gusto per la bellezza, l’interrogazione sui temi ultimi, le domande fondamentali sull’organizzazione della società», altrimenti i milanesi (e gli italiani) rischiano di soffocare sotto un «diluvio di banalità».
Le cose che vengono dette dai media sono banali soprattutto perché monodimensionali. Spetta ai cattolici recuperare la completezza del quadro ed aiutare la società civile ad edificare il post-pandemia su basi meno ideologiche. L’arcivescovo dà per primo l’esempio di questo nuovo slancio missionario facendosi intervistare, il 15 novembre, dal conduttore Fabio Fazio in diretta televisiva, pochi minuti prima del Kaire delle 20.32.
Lunedì, 23 novembre 2020






