C’è qualcuno che lo può uccidere e lo ha già fatto: Cristo. L’arcivescovo invita i fedeli ambrosiani a pregare con questa specifica intenzione.
di Michele Brambilla
Non appena si “negativizza”, mons. Mario Delpini riprende subito a celebrare in Duomo. Il 22 novembre presiede, quindi, la Messa della II domenica di Avvento, nella cui omelia, particolarmente vibrante, denuncia «il drago – il cui nome è denaro e potere – che ha convinto i figli degli uomini che se non si consegnano come schiavi, non possono vivere, non possono vendere, non possono comprare, non possono avere tutto quello che rende bella la vita. E perciò questi figli degli uomini si sono consegnati come schiavi che dicono: “toglici la libertà, la poesia, la gratuità, ma permettici di godere e di divertirci, di mangiare e bere, di fare e disfare l’amore”» senza alcun discernimento morale. Nichilismo allo stato puro, che sfrutta la pandemia per suggerire che «tutto e tutti siamo nel ventre dell’enorme drago e non c’è via d’uscita, non c’è forza che possa resistere. Il veleno del drago, prima che il sangue e la carne dell’umanità, ha avvelenato la mente e il pensiero. Così la gente si è abituata a pensare che nessuno può vincere il drago e che è inevitabile finire nel nulla».
Il drago, però, è stato vinto proprio da Colui che attendiamo nell’Avvento, pertanto mons. Delpini chiede di pregare con maggiore convinzione Gesù, superando la tentazione dello scoraggiamento e della tristezza: «il drago che si chiama tristezza non è violento, non appare con immagini spaventevoli, ma toglie la voglia di fare e il gusto di vivere. Il Signore ha trafitto anche questo drago, battezzando e seminando nel cuore dei discepoli il fuoco che brucia il male, così che l’irrimediabile può essere rimediato, il peccato può essere perdonato, le divisioni possono essere riconciliate».
L’arcivescovo si muove su questi binari anche quando dialoga con le autorità civili, come fa la sera del 26 novembre assieme al ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, e al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. Avverte, infatti, mons. Delpini: «il virus ha esasperato alcune cose, ma le radici sono lontane», culturali. «Per risvegliare l’umano occorre guardare le persone», ripartendo in particolare dalla famiglia: «la famiglia, che pure ha molto sofferto per la pandemia, si è rivelata il contesto che ha permesso di superare la crisi, è stato elemento fondamentale per sostenere la scuola, la salute, la povertà, la solitudine. Bisogna investire per organizzare la sanità, ma la guarigione di una società malata è creare un contesto di comunità, in cui la famiglia deve esercitare le sue responsabilità» ed essere soprattutto centrale.
Anche la crisi economica si vincerà riannodando i rapporti autentici tra le persone. Mons. Delpini fa una precisazione: «non è la poesia velleitaria del “vogliamoci bene che ce la facciamo”, ma un invito alla responsabilità che trasfigura il territorio che si abita. Significa trasformare una discarica in giardino, un luogo degradato, di depressione culturale e sociale, in un luogo di confronto, bellezza e condivisione». La “sbornia” ecologista del 2019 ha posto l’accento sul pianeta nella sua interezza, ma “ecologia” per l’arcivescovo «significa fare quel che è a portata di ognuno di noi: non voglio pulire il mondo, ma il metro quadro che abito, e lo voglio tenere pulito, perché è un aiuto per tutti».
Lunedì, 30 novembre 2020






