Mons. Delpini, in questo anno pandemico, indica una speranza, che passa dalla riscoperta delle proprie radici culturali, dalla centralità della famiglia e dalla libertà di educazione.
di Michele Brambilla
Il discorso alla città di Milano 2020, pronunciato da mons. Mario Delpini il 4 dicembre nel corso dei vesperi votivi nella basilica di S. Ambrogio, affronta di petto le radici dell’emergenza spirituale più volte denunciata in queste settimane. Lo fa a partire dalla lettura di Ger 32,1-15, brano in cui il profeta Geremia è invitato dal Signore a comprare un campo, simbolo del futuro ritorno del popolo di Israele dall’esilio babilonese (587-539 a.C.). Mons. Delpini riconosce che il paragone sembra azzardato, ma «mi sembra che oggi sia diffuso un atteggiamento più incline alla rinuncia che alla speranza» e occorra acquistare un nuovo campo metaforico.
Le cause dell’emergenza spirituale sono denunciate con molta chiarezza: «l’arroganza dell’individualismo si impone come un fattore di frantumazione», è l’espressione di una cultura occidentale che ha defenestrato Dio per adorare l’io. Un “io” che ha lasciato l’uomo contemporaneo privo di risposte quando è stato aggredito dal Covid-19, pertanto «si deve anche dire che nei mesi della pandemia è risultata evidente la parzialità di quelle analisi che conducevano alla tirannide universale dell’“io”. La vita ha potuto continuare perché la solidarietà si è rivelata più normale e abituale dell’egoismo, il senso del dovere si è rivelato più convincente del capriccio, la compassione si è rivelata più profondamente radicata dell’indifferenza, Dio si è rivelato più vero dell’“io”». Il nichilismo ha mostrato la corda: bisogna, quindi, riscoprire le radici culturali autentiche del continente europeo.
L’arcivescovo richiama Papa Francesco, in particolare l’enciclica Fratelli tutti, per invitare tutte le parti, religiose, civili e sociali, ad una rinnovata alleanza per il bene comune, perché «tocca a noi apprezzare come realistico, desiderabile e doveroso vivere insieme, con rapporti di buon vicinato: tocca a noi tutti contribuire, secondo le responsabilità e le possibilità di ciascuno, a costruire quella trama di rapporti che fanno funzionare il mondo e camminare come popolo verso il futuro».
Un popolo che deve evitare i due scogli dell’auto-ghettizzazione e dell’assimilazione ad un pensiero unico. Mons. Delpini suggerisce ad una città nella quale il 40% degli abitanti è single e ha sperimentato la solitudine nel corso della quarantena di ridare centralità alla famiglia: «la famiglia è la cellula che genera la società e il suo futuro. Penso innanzitutto alla famiglia fondata sul matrimonio, con un legame stabile; i genitori si impegnano a costruire un futuro insieme e a contribuire così al bene di tutta la società». Ribadisce che «senza legami stabili non c’è futuro. La centralità della famiglia è la condizione per il benessere di tutti».
La famiglia naturale, fondata sul matrimonio e aperta alla vita, deve essere lasciata libera anche di educare. L’arcivescovo ricorda che «l’educazione è responsabilità dei genitori. I genitori perfetti non esistono e i genitori di oggi devono reagire al sospetto di non essere all’altezza del compito educativo, di non sapere che cosa dire a proposito della vita e del suo senso. Gli adulti non sono autorizzati dai loro fallimenti a sottrarsi al compito educativo», che è un loro diritto/dovere inalienabile e si esercita anche nella scelta delle scuole paritarie, un bene, secondo mons. Delpini, da difendere come spazio di libertà di fronte alle nuove tentazioni stataliste.
Lunedì, 7 dicembre 2020






